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Data: 24/05/2012
Testata giornalistica: Il Centro
Teatro romano, Sperandio si tira fuori. L’ex sindaco ribatte: non è colpa mia se il Comune non acquistò palazzo Adamoli

L’acquisizione ritardata dell’edificio e il suo mancato abbattimento nell’indagine avviata dalla procura

TERAMO. «I termini per esercitare la prelazione sull’acquisto di palazzo Adamoli erano già scaduti». Con queste parole l’ex sindaco Angelo Sperandio si chiama fuori dall’inchiesta sul recupero del teatro romano partita dalla denuncia del leader radicale Marco Pannella.
L’esposto, firmato anche dal presidente di Teramo Nostra Piero Chiarini, ipotizza il reato di danneggiamento del patrimonio storico, artistico e archeologico ed è incentrato su un passaggio da chiarire: l’acquisto in ritardo da parte della Regione, a un prezzo triplicato, e il mancato abbattimento di palazzo Adamoli.
L’edificio, di cui tutt’ora resta in piedi una parte, copre la cavea del teatro romano e va demolito proprio per riportare alla luce il monumento. Marco Pannella e Chiarini nella denuncia segnalano come l’operazione poteva essere conclusa dieci anni fa ma il Comune arrivò in clamoroso ritardo e perse sia la priorità sull’acquisto dell’immobile che i 910 milioni di lire stanziati già nel 2000 dal ministero dei Beni Culturali. La vicenda è stata ricostruita martedì in procura dall’attuale sindaco Maurizio Brucchi. Sperandio, pimo cittadino dell’epoca, non è stato ancora sentito ma a caldo ricorda poco. «Sono passati tanti anni», premette, «è difficile ricostruirla». L’ex sindaco ricontrollerà le carte ma di una cosa è sicuro: «La nostra intenzione era di acquisire palazzo Adamoli ma quando ho visto le carte il termine per esercitare la prelazione era già scaduto». Eppure, secondo Pannella e Chiarini, il Comune fece passare oltre un mese e mezzo prima di rispondere alla comunicazione della sovrintendenza archeologica che dava il via libera all’acquisto. Nonostante questo, l’amministrazione avrebbe avuto ancora quattro giorni di tempo per perfezionare l’operazione. Anche quest’ultima opportunità, però, cadde nel vuoto, tanto che il Comune protocollò il decreto ministeriale che avrebbe consentito l’acquisizione dell’immobile cinque giorni dopo la scadenza della prelazione. «Spesso le carte restano ferme negli uffici», puntualizza Sperandio, «ma se la sovrintendenza aveva i soldi pronti poteva comprare lei l’edificio». Nel frattempo palazzo Adamoli, sul quale comunque già gravava il vincolo archeologico, fu acquistato per 905 milioni di lire dall’Immobiliare Costa Verde che, due anni dopo, lo rivendette per 1.239.496,56 euro all’Immobiliare 11, con sede a Milano. Da quest’ultima la Regione finalmente acquistò l’edificio nel 2004 pagandolo 1,3 milioni di euro.
Nell’esposto Pannella e Chiarini sottolineano come due stanze dell’immobile stranamente non furono acquistate. La conseguenza è stata la mancata demolizione totale del palazzo, di cui ora rimane un contrafforte di cemento a oscurare i resti del teatro romano.

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