Arieccolo. Scortato da Angelino senza-il-quid, il Cavaliere è ricomparso nell’agone politico. Tra le macerie. Il suo Pdl preso a schiaffi dagli elettori, la Lega affondata dal Trota, il beppegrillismo trionfante con quattro sindaci e il Pd mezzo vincitore e mezzo intronato come al solito. Lui ci prova: facciamolo alla francese. Il sistema elettorale, ovviamente. Semipresidenzialismo con doppio turno di voto che garantisce governabilità e alternanza, aggrega intorno ai partiti maggiori le forze consimili, esclude le ali estreme e, non per ultimo, dà grandi poteri al presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo.
In teoria, insegnano i costituzionalisti, è un buon sistema. Nella pratica dei nostri tempi è ancor meglio. Osserviamo infatti la Grecia schiacciata dai suoi debiti e da una partitocrazia litigiosa fondata sul sistema proporzionale. Atene ha votato il 6 maggio nello stesso giorno in cui ha votato Parigi. Ma mentre i greci disperati sono senza governo e torneranno alle urne a metà giugno, i francesi hanno scelto Hollande e il suo socialismo spumeggiante. Effetto di una legge elettorale sperimentata: dopo il voto subito il governo. Ecco perché il doppio turno alla francese è una buona proposta. D’altra parte in Italia qualcosa di simile già c’è: è il sistema per scegliere i sindaci nei comuni con più di 15mila abitanti; elezione diretta, eventuale ballottaggio, vincolo dei due mandati. Introdotto nel 1993 da vent’anni ormai sta garantendo stabilità nei municipi, se non buona amministrazione. Fini, quando ancora era il leader di An, lanciò inascoltato l’immaginifica proposta di eleggere il “sindaco degli italiani”, un presidenzialismo ricalcato sull’esperienza dei primi cittadini delle tante capitali d’Italia. Per il doppio turno ha sempre tifato Veltroni ma non tutta la sinistra. La proposta di Berlusconi dunque ha speranze di successo?
Tranquilli, non se ne farà nulla. Non ci sono le condizioni, ha detto Bersani stoppando subito la proposta. Che non ci siano i tempi per una riforma costituzionale così delicata lo sa bene pure Berlusconi. Manca meno di un anno alla fine della legislatura, non si è cambiata la legge quando c’era tutto il tempo a disposizione e un’ampia maggioranza parlamentare; figuriamoci adesso.
Tuttavia Silvio il redivivo non rinuncia allo show: io vorrei cambiare questo paese ma come al solito i conservatori di sinistra mi bloccano. Recitando un copione di successo per quasi un ventennio ha incassato applausi. Ora il Cavaliere azzurro calcio sta proprio uscendo di scena incalzato dal Cavaliere rosso Ferrari.
Chi intercetterà il consenso del popolo di centrodestra, circa 15 milioni di voti potenziali? Montezemolo, secondo alcuni sondaggisti, se trasformasse in lista civica la sua ItaliaFutura potrebbe arrivare tranquillamente al 20 per cento. Al risultato finale in termini di seggi però non è indifferente il sistema di voto scelto.
Appena prima che si consumasse lo choc di Parma, la troika Quagliariello-Violante-Adornato stava lavorando al ritorno del proporzionale su mandato di ABC - Alfano, Bersani, Casini - ma la paura di un Parlamento geneticamente mutato dalla massiccia presenza di grillini ha bloccato l’accordo scellerato. Resta in piedi sempre e soltanto il “porcellum” la peggiore legge elettorale della storia repubblicana. Parlamentari nominati dalle oligarchie romane anziché selezionati dagli elettori. Una porcata, appunto.
Il quotidiano del Pd, “l’Unità”, preannunciando ieri la mossa berlusconiana lamentava il timore che così potesse saltare il cosiddetto “tavolo delle riforme”. Quanta ipocrisia anche a sinistra. Alla fin fine il “porcellum” piace all’una come all’altra parte. La forma più pericolosa di antipolitica è questa. Purtroppo.