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Pescara, 03/04/2026
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Data: 27/05/2012
Testata giornalistica: Il Centro
L’intervista - Laureti: all’Abruzzo manca un’offerta articolata su infrastrutture e risorse

Professor Laureti, qual è la sfida più grande che ha davanti l’Abruzzo?
«Massimizzare gli effetti economici che possono derivare alla regione dalla ricostruzione dell’Aquila».
È cambiato qualcosa per l’Abruzzo con il governo Monti?
«Non credo di intravvedere cambiamenti immediati. Forse ci saranno nel futuro. Quando li vedremo ne prenderemo atto».
Quali sono le due cose principali che l’Abruzzo deve fare per tornare a crescere?
«Ci sono le aziende pubbliche che rappresentano da una parte spesa regionale e quindi utilizzo di risorse pubbliche e dall’altra servizi essenziali per la collettività regionale: trasporti, acqua, rifiuti ecc. Occorre che queste aziende vengano affidate a persone capaci e che siano in grado di migliorare le performances aziendali. In secondo luogo occorre maggiore attenzione alle infrastrutture principali. Queste sono i motori intorno ai quali si può svolgere lo sviluppo».
Lei è presidente della società regionale che gestisce l’aeroporto d’Abruzzo, struttura-crocevia dello sviluppo: quali sono le strategie che ritiene indispensabili per lo scalo?
«L’aeroporto è uno degli ingranaggi fondamentali per la crescita della regione. Oggi abbiamo 13 rotte tra nazionali e internazionali che collegano più o meno l’Abruzzo alle più importanti regioni europee. Ora dobbiamo pensare ad utilizzare l’aeroporto per il turismo, settore cruciale per lo sviluppo, l’unico, insieme all’agricoltura, che cresce in termini di numero di imprese secondo i dati Unioncamere. La Regione ritiene l’aeroporto prioritario nell’assetto infrastrutturale».
Lei insegna anche fuori regione: come viene visto l’Abruzzo da ambienti economici esterni?
«L’Abruzzo è considerata una piccola regione dal punto di vista economico. Ci sono alcune eccellenze che, però, non sono molto conosciute all’esterno. Tutti però ammettono che la nostra regione, una volta conosciuta, è molto bella e potrebbe essere più visitata se ci fossero più strutture».
Quanto è valutabile il gap infrastrutturale che ha l’Abruzzo rispetto ad altre regioni come Marche e Puglie?
«Non voglio esagerare ma è enorme. A chi arriva in Abruzzo manca una offerta articolata nelle attività da svolgere. I parchi sono poco sfruttati, il turismo religioso poco divulgato, le attività sportive lasciate alla libera iniziativa dei singoli; in sostanza manca una visione coerente sulle reali possibilità turistiche. In questo abbiamo da imparare dalle Marche e soprattutto dalla Puglia che sta crescendo molto. Per quanto riguarda le infrastrutture fisiche, oltre all’aeroporto, dobbiamo concentrare uomini e forze per risolvere il problema del porto di Pescara».
Parliamo di industrie. Pensa che sia adeguata la politica industriale adottata in Abruzzo? Dove dovrebbe cambiare?
«Siamo in attesa dell’accorpamento dei Consorzi industriali in uno solo; a dirigere questo occorrerà un manager per proporre le nostre aree all’esterno, promuovere i nostri servizi e agevolare le pratiche burocratiche. Solo così si attirano nuove imprese».
Lo strumento del Patto per lo sviluppo dell’Abruzzo è ancora utile o va rivisto?
«Sinceramente, mi sembrano tante chiacchiere e poche idee».
Le Università in Abruzzo: la loro potenzialità viene sfruttata in modo adeguato?
«Il problema della ricerca e dell’integrazione tra il mondo dell’impresa e quello dell’università è un problema nazionale. Normalmente i rapporti sono lasciati alla buona volontà dei singoli. In Abruzzo la situazione non è dissimile: in alcuni casi tra le facoltà tecniche dell’Aquila e il polo elettronico ci sono state alcune iniziative così come dalle facoltà di economia pescaresi talvolta ci sono stati progetti con i territori e le imprese. In altri casi l’università è avulsa dal territorio».
E’ favorevole a una loro federazione, o in alternativa a una unione dell’università di Teramo con quella dell’Aquila?
«Io sarei favorevole in generale all’unione tra territori omogenei nell’ottica di risparmi di costi; in Abruzzo vedrei la fusione tra le provincie di Pescara con Chieti e quella di Teramo con L’Aquila. In quest’ottica anche la presenza di sole due università: un polo Chieti-Pescara e un polo L’Aquila-Teramo; potrebbero meglio razionalizzare le risorse disponibili ed evitare le duplicazioni».
Alla d’Annunzio è anche tempo di scegliere il nuovo rettore: quanto influisce la politica nelle università abruzzesi?
«Pochissimo direi. L’università però rappresenta uno spaccato della società e per questo deve dotarsi di una governance che sia all’altezza. Anche nel mondo dell’università si deve scommettere sul futuro, sulla riduzione delle risorse pubbliche, sulla concorrenza con altri atenei e sulla creazione del capitale umano che è fondamentale per la crescita. Vorrei vedere al rettorato qualche giovane pieno di entusiasmo e voglia di fare».
Pregi e difetti della classe politica abruzzese.
«Lo penso da tempo e le ultime elezioni amministrative ne sono state un chiaro esempio: non abbiamo sentito da parte dei candidati programmi per la propria città o territorio e nemmeno la squadra con cui perseguire gli obiettivi. Tutto il periodo ante elezioni è stato caratterizzato da questioni sterili di apparentamenti tra i diversi schieramenti o all’interno di essi, tesi a sottrarre all’altro schieramento questo o quel candidato e nulla sui programmi e destini delle città. Questo è il problema della politica abruzzese e non solo. D’altro canto c’è anche il lato buono della politica: sono affascinato quando ascolto da qualche esponente politico scenari, programmi e progetti tesi a migliorare la nostra vita e quella delle generazioni future. Abbiamo diritto e dovere di aspirare ad avere questo tipo di politici».
Che giudizio dà ai tre anni della giunta Chiodi?
«Vuole sapere che cosa ho apprezzato e non apprezzato del governo regionale? Ho apprezzato due cose: lo sforzo per una più elevata etica e moralità nella politica regionale e lo sforzo per il risanamento della sanità; non erano obiettivi facili. Non ho invece apprezzato la visione di breve periodo per l’economia. Inoltre penso che si sia persa un’occasione d’oro per lo sviluppo derivante dal terremoto. Il Giappone presenta un tasso di crescita del 4,3% quasi del tutto derivante dall’effetto del terremoto».
I professori in politica sono sempre più richiesti: si sente uno di essi?
«I professori sono persone che studiano e vengono dalla cosiddetta società civile. Dovrebbero essere utilizzati come supporto per le politiche economiche nazionali, regionali o territoriali e nella gestione delle attività economiche. Io non mi sento un politico e spesso fatico a relazionarmi con la politica e alle logiche che sottintende. Spesso rappresentano la soluzione migliore per sopperire ai difetti della politica».
Dica l’identikit che dovrebbe avere il prossimo presidente della Regione.
«Poiché il presidente di una Regione non può fare tutto da solo, mi piacerebbe che si presenti agli elettori mostrando la propria squadra, le persone che avranno le responsabilità almeno nei settori chiave come trasporti, sanità, ambiente, economia e turismo. Quindi presentare agli elettori non un volto ma un programma, schieramento, squadra e obiettivi. Ma questo non all’ultimo momento, ma almeno sei mesi prima».

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