ROMA Luglio sarà il mese della verità. Già nei primi giorni, o al massimo a metà mese, il ministero dell’Economia inizierà ad avere un’idea abbastanza chiara non solo dell’andamento del gettito Imu, di cui molto si è parlato negli ultimi giorni, ma anche di quello complessivo di tutte le entrate tributarie, dopo la scadenza dell’autotassazione. E a quel punto si potrà capire che spazi ci sono per qualsiasi ragionamento su qualche forma di riduzione del prelievo fiscale, prospettiva vagheggiata da tutte le forze politiche che però si scontra tuttora con la necessità del rigore.
Al momento i segnali non sono favorevoli. Nei primi tre mesi dell’anno la differenza tra il gettito effettivo e le previsioni del governo è stata di circa 4 miliardi. Una differenza significativa, visto che le previsioni usate come termine di paragone sono quelle contenute nel Documento di economia e finanza (Def) presentato dal governo lo scorso 18 aprile: dunque quando la stima sull’andamento dell’economia era già stata rivista verso il basso, pur se in misura minore rispetto ad altri organismi internazionali. Nel dettaglio, lo scostamento è dovuto in larga parte alle imposte indirette (per l’Iva sono quasi 2 miliardi), mentre le dirette sono sostanzialmente in linea con le previsioni.
Proiettato sull’intero anno, questo ammanco si trasformerebbe - in via teorica - in una voragine di oltre 20 miliardi, ma al ministero dell’Economia c’è ancora molta fiducia sul fatto che le cose andranno diversamente. Il momento per capire in che misura la recessione stia incidendo negativamente su redditi e profitti è quello della cosiddetta autotassazione: la scadenza di metà giugno in cui imprese lavoratori autonomi e professionisti, ma anche tutti gli altri contribuenti che usano il modello Unico, versano il primo acconto per l’anno in corso, oltre che il saldo per il precedente.
Quest’anno, come del resto è già capitato in passato, la tempistica potrebbe subire qualche ritardo. L’esecutivo sta preparando un provvedimento che farebbe slittare la scadenza del 18 giugno al 9 luglio, forse non solo per i contribuenti che ricadono negli studi di settore, ma per la platea più ampia. Di conseguenza anche le banche trasmetterebbero più tardi gli importi corrispondenti ai modelli F24 dei propri clienti. Ma in ogni caso a luglio quei dati saranno noti. E si potrà capire se i quattro miliardi in meno del primo trimestre sono solo un episodio, legato magari a particolari circostanze: tre mesi in effetti non sono un periodo sufficiente per una valutazione complessiva, specie in assenza di scadenze significative.
Nel frattempo sarà più chiaro il quadro sull’Iva, l’imposta che più direttamente risente dell’andamento del ciclo economico; e dopo il versamento della prima rata sarà stato verificato anche il gettito dell’Imu, dal quale i sindaci si attendono minori introiti, rispetto alle stime governative, per oltre 2 miliardi. Se le cose stessero così, il governo dovrebbe assicurare il gettito necessario rivedendo verso l’alto le aliquote: eventualità che però al momento anche Palazzo Chigi ha escluso.
Una contrazione complessiva delle entrate avrebbe ovviamente i suoi effetti negativi sul deficit, effetti che almeno in parte il governo pensa di poter gestire a livello europeo (l’attenzione è sui saldi strutturali, al netto del ciclo); ma certo precluderebbe qualsiasi velleità di interventi a favore del contribuente. Tanto più che pende sempre sugli italiani l’aumento dell’Iva già in programma per il primo ottobre, evitabile solo con i proventi della spending review (revisione della spesa).
Le altre due incognite riguardano la situazione sui mercati finanziari, che condizionano il livello della spesa per interessi, e l’andamento della lotta all’evasione, riguardo alle quali il governo ha fatto una scelta prudente, rinunciando ad includere questa voce nelle stime. Su questi aspetti servirà un po’ più di tempo per avere risposte attendibili.