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Data: 27/05/2012
Testata giornalistica: Il Centro
Abruzzo, missione incompiuta di Sergio Baraldi

L’orizzonte, a mio avviso, è la crisi di sovranità che ha investito la Regione. La sovranità è l’espressione di un potere di governo riconosciuta a un soggetto che esercita la supremazia su un territorio. La questione, infatti, è proprio questa: esiste ancora un “sovrano” in regione? Decide? E decide bene? Il punto sul quale vorrei richiamare l’attenzione è che la nostra Regione, come tutte le regioni, è stata declassata di fatto quasi senza che ce ne accorgessimo. Succede che il vortice della crisi e delle trasformazioni che investono il Paese, l’Europa, il mondo, stanno ridimensionando l’autonomia dell’istituzione regionale. Le hanno tolto potere. Non per colpa di Chiodi, accadrebbe anche con un presidente di centrosinistra. E’ in atto un trasferimento di competenze reali verso il piano europeo, che tocca questioni di legittimazione democratica, come ci insegna Habermas. Si è aperto uno squilibrio tra gli imperativi dei mercati e la capacità regolativa della politica.
La Regione deve fronteggiare processi troppo complessi e troppo grandi per poterli controllare. Sta scattando una verticalizzazione che insidia i governi nazionali, figuriamoci le regioni. Siamo in presenza di una redistribuzione del potere nella quale noi come Regione diventiamo più piccoli. Inseguiamo la modernità. E siamo in ritardo. Non è un errore di Chiodi la perdita di sovranità, anzi ne patisce la delegittimazione. L’errore, a mio avviso, è un altro: non comprendere che al movimento di centralizzazione dovrebbe contrapporre un movimento di trasformazione interna. L’unico modo per rispondere alla svalutazione della Regione è la sua modernizzazione, una riforma del sistema Abruzzo per entrare in sinergia con il nuovo ambiente europeo (e globale). Il governatore sembra non intuire la dimensione politica che sta al cuore del cambiamento che si para davanti e non ha reagito, chiamando a raccolta l’intera società, opposizione compresa, per rispondervi. Non ha trasformato la crisi nell’occasione per la ristrutturazione e innovazione del sistema abruzzese. Non è stato la sentinella che anticipa il futuro. A questo errore ne ha aggiunto un secondo: ha cumulato una serie d’incarichi, commissario per il terremoto per la sanità per questo e quello, per cui non solo veniva lentamente depotenziato nonostante l’apparente sovraccarico di potere, ma c’è da chiedersi dove abbia trovato il tempo per fare il governatore. Se domani il centrosinistra vincesse le elezioni si troverebbe di fronte al medesimo problema: la partita si gioca sempre più tra Bruxelles e Roma, Pescara e l’Aquila faticano a farsi sentire. A contare. Ecco perché i risultati delle elezioni dovrebbero essere un monito per tutti. Chiodi e il Pdl pagano questo errore di fondo, perché i cittadini invece hanno colto questo spossessamento di decisione, d’influenza, di autorità. E puniscono la delegittimazione che complica la soluzione dei problemi secondo i meccanismi della garanzia. Chiodi conduce il Pdl alla sconfitta, perché non è il “sovrano” che i cittadini si attendevano, non riesce a garantire. A questo ha aggiunto la sua personale difficoltà a assicurare una mediazione accettabile sui problemi, a fare le scelte strategiche interne che avrebbe potuto compiere in autonomia. Infine, ha persino lesionato la sua imparzialità istituzionale.
La sanità è il luogo paradigmatico in cui questo processo d’indebolimento del “sovrano” si è rivelato ai cittadini. Gli abruzzesi sanno che l’operazione di riportare i conti in equilibrio è giusta. Sanno che Chiodi ha fatto bene a perseguirla. Ma il presidente di Regione non ha accompagnato il taglio della spesa con una ristrutturazione che ri-qualificasse la sanità pubblica, o almeno cominciasse a farlo. Non ha affiancato l’intervento con un’operazione di trasparenza verso i cittadini, affinché sapessero e partecipassero al cambiamento. Invece, l’opinione pubblica ha visto i sacrifici, le liste di attesa che si allungano, la qualità dell’assistenza che non migliora, e si difendono con la mobilità passiva, si curano più spesso fuori regione. I cittadini hanno visto una gestione opaca delle nomine: scelte politicamente orientate, che dovevano servire a fare operazioni discutibili, come i dodici primari di Teramo. Hanno assistito sconcertati a una sistematica occupazione di posti e assegnazione di stipendi. Hanno visto che per i cittadini si tagliano i servizi, ma i burocrati fedeli vengono premiati per la produttività. Mentre l’azione avrebbe dovuto ridurre tutti i costi e, insieme, qualificare e innovare. Il nostro governatore ancora non riesce a capacitarsi del perché un’operazione di riequilibrio dei conti che in altri momenti gli avrebbe assicurato un riconoscimento, oggi non basti. Non cambia il sentimento sociale. Anzi, si ritorce contro di lui. Perché ha fatto il commercialista, invece di essere “imprenditore politico”.
L’azione del governo di centrodestra porta il sigillo di questa contraddizione. La Regione è presa dai vincoli del depotenziamento e neppure sa cambiare se stessa. Non abbiamo partecipato alla discussione ai tavoli nazionali e ora le infrastrutture strategiche vengono decise senza di noi. Non abbiamo riformato una dispendiosa e inefficiente macchina pubblica per agganciare stanziamenti e progetti europei. Non abbiamo puntato sulla strategia per il futuro, ma su mediazioni al ribasso. Non sappiamo concentrare risorse inevitabilmente scarse su progetti innovativi e trainanti, ma le disperdiamo. Non abbiamo riformato le istituzioni in modo che costassero meno, aumentassero la produttività, e recuperassimo risorse da investire. Non abbiamo spinto l’intero sistema abruzzese a compiere un salto di qualità, non solo per mettersi in rete, ma per entrare nella rete nazionale-europea che corrisponde al salto di scala e di velocità che sta investendo sia il Paese sia l’Europa. Non abbiamo un modello di società e di sviluppo che colmi i ritardi e valorizzi i nostri punti di forza. Alla crisi di sovranità ha corrisposto una crisi culturale.
La crisi di sovranità, però, non risparmia nessuno. Se lo ricordi Cialente, al quale facciamo gli auguri per il lavoro difficile che l’attende, ma che sbaglierebbe a pensare che il secondo tempo possa essere uguale al primo e che la sua giunta possa nascere sui vecchi giochi tra i partiti invece che su un progetto alto e condiviso per L’Aquila e la sua memoria. Ci rifletta il centrosinistra: perché il problema per un attore politico non è solo vincere le elezioni o sostituire una classe dirigente, ma che cosa fa il giorno dopo. La questione è “come” connettere l’Abruzzo al governo nazionale e, soprattutto, a quello europeo. La sfida è “chi” ha il coraggio di un progetto forte per modernizzare e rendere efficiente il sistema abruzzese, per recuperare risorse proprie da mettere sul tavolo. Solo così il “sovrano” regionale riacquisterebbe margini di manovra e credibilità. Lo scontento nasce, quindi, dalla missione incompiuta di una classe dirigente che ha faticato a vedere la crisi, a leggerla, a reagire. Forse il Pdl dovrebbe riflettere sul fatto che troppi suoi amministratori hanno dato spettacolo di disinvoltura nell’utilizzo del denaro pubblico, di favoritismi, di mancanza d’idee, oltre che di debolezza nell’affrontare i problemi complessi di oggi. Sono emersi cioè i limiti di una classe dirigente che ha creduto che l’appartenenza berlusconiana fosse il lasciapassare per un successo facile, qualche volta per l’impunità. Reclutati con questa filosofia, molti della nuova generazione si sono illusi che governare significasse esercitare il potere. Costruendo una maggioranza che esclude, come dice il sen. Tancredi, e deludendo le aspettative degli elettori. Il centrosinistra si ritiene immune da questi limiti? O dobbiamo ritenere che essi, declinati in modo diverso, appartengono a tutti i partiti abruzzesi? E che i cittadini dovranno riformare la politica con l’arma dell’alternanza e della protesta? La coalizione che ha vinto le amministrative si trova di fronte alla responsabilità di decidere se intende giocare un ruolo centrale nei processi di trasformazione. Ma per farlo non potrà pensare pensieri vecchi. Insegna il grande poeta americano Wallace Stevens: “Il mondo è ciò che se ne fa”.

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