Interrogato in tribunale, il Gip deve decidere se vietargli i pubblici uffici
Entro giovedì deve presentare una memoria scritta
L’AQUILA. Ha tre giorni di tempo l’assessore regionale alle Attività produttive, Alfredo Castiglione, per dimostrare che lui, con l’inchiesta Caligola, c’entra solo perché è caduto in un malinteso. Il suo avvocato, Dante Angiolelli, presenterà una memoria al giudice per le indagini preliminari, Marco Billi. Sulla base di questa memoria, il gip deciderà come pronunciarsi sulla richiesta d’interdizione dagli uffici pubblici avanzata dal pm Antonietta Picardi.
Ieri mattina il giudice per le indagini preliminari ha interrogato l’assessore e vicepresidente della giunta regionale, Alfredo Castiglione, nell’aula «D» del tribunale di Bazzano. L’assessore è uscito apparentemente tranquillo, alle 11,40, seguito a stretta distanza dall’avvocato Dante Angiolelli, che ora dovrà produrre una memoria in cui l’assessore spiegherà il suo punto di vista sull’inchiesta «Caligola», che lo vede indagato con l’accusa di avere favorito un progetto «dell’amico» Corrado Troiano. Sull’efficacia della memoria si giocherà il futuro giudiziario ma anche politico dell’assessore regionale, perché su di lui pende la richiesta d’interdizione dagli uffici pubblici del pm Antonietta Picardi. Una richiesta scaturita dal coinvolgimento di Castiglione nell’inchiesta incentrata su presunte tangenti negli appalti di alcuni servizi. Gli inquirenti accusano l’assessore di aver perseguito «un interesse di natura privata consistente nel conseguimento di vantaggi in favore dell’associazione della convivente Marina Kozina», associazione denominata «Rassjanka». Secondo i magistrati Castiglione avrebbe favorito la Cyborg, una delle società coinvolte 5 mesi fa nell’inchiesta che portò agli arresti del dirigente della Regione, Giovanna Andreola, la «zarina», e altre 7 persone tra politici e imprenditori. Nell’inchiesta sono indagate 14 persone. In manette finirono, tra gli altri, l’ex segretario della giunta Del Turco, Lamberto Quarta, il marito dell’Andreola Michele Gualdi, il presidente del consiglio d’amministrazione della società Ecosfera Duilio Gruttadaura. L’indagine ruota intorno a una lettera inviata da Castiglione, su carta intestata della Regione, al viceministro albanese per presentare l’associazione della compagna. Ieri davanti al giudice Castiglione ha parlato di «malinteso». «Se avessi avuto qualcosa da nascondere, non avrei certo fatto protocollare la referenza», ha spiegato. Ora l’assessore deve aspettare la fine di questa settimana per sapere in quale direzione si pronuncerà il giudice. Se dirà sì all’interdizione, per l’assessore si aprirà obbligatoriamente la strada delle dimissioni. Un passo che lui, però, intende non fare: «Sono un uomo delle istituzioni», ha detto all’uscita dal tribunale, «ma non vedo perché io debba dimettermi per qualcosa che non ho fatto». «Con la riforma dei Confidi, del Commercio e dei consorzi industriali che sto facendo, sto toccando interessi particolari», ha detto il vicepresidente della giunta regionale.
«Una leggerezza che non commetterei più»
L’assessore: la lettera era una referenza, non una raccomandazione
Sono sereno perché ho fatto tutto in buona fede La mia ex compagna? Non avrebbe guadagnato nulla
PESCARA. «Una buccia di banana? Vabbè, sì, mettiamola così, diciamo pure che sono scivolato su una buccia di banana in perfetta buona fede. Speriamo però che non faccia altri danni più di quelli che ha già fatto». Alfredo Castiglione è appena tornato fra le sue carte nell’assessorato allo Sviluppo economico.
Fra progetti di riforma, tagli, prospettive nere e di rilancio della Regione, spunta quella lettera che ieri l’ha portato all’Aquila per spiegare al Gip che si tratta di un equivoco ed evitare così l’interdizione dai pubblici uffici. «Sarebbe un colpo durissimo, non ci voglio neanche pensare, sono sereno e fiducioso nella magistratura», dice.
Assessore, la lettera c’è. Lei come la spiega?
«Non ho mai negato l’esistenza della lettera, il problema è chiarire il motivo per cui fu fatta. Non fu assolutamente una richiesta di raccomandazione».
Può spiegare?
«La lettera la scrissi perché me lo chiese il ministero albanese come referenza, non raccomandazione».
Scusi, ma secondo lei, che differenza c’è tra referenza e raccomandazione?
«Nella raccomandazione, come si sa, si usa scrivere due righe a qualcuno che conta chiedendo di prestare attenzione al soggetto per cui si scrive. La lettera di referenza è più lunga e spiega bene il motivo per cui ci si espone. Si sottolinea l’importanza, la credibilità e l’attendibilità dell’oggetto offrendo punti di riflessione, prospettive e approfondimento. Si cerca di accreditare insomma la valenza dell’oggetto».
Nel suo caso avvenne così?
«Certo. Dunque, la referenza era legata a una sorta di protocollo di relazione culturale che si voleva allacciare con l’Albania. Il ministero albanese mi rispose chiedendomi l’attendibilità della proposta di gemellaggio, quindi mi chiese la referenza dell’associazione coinvolta nel protocollo. E io allora scrissi la lettera».
Su carta intestata della Regione.
«Certo, era una cosa istituzionale, me l’aveva chiesta il ministero albanese».
Ma la referenza non funzionò, il ministero rispose di no.
«Sì, il 24 maggio l’allora ministra albanese mi disse che era stata sbagliata la procedura e che non si poteva più fare nulla».
La stessa ministra che è stata poi criticata in Albania?
«Poveretta, è stata messa in croce per nulla. Motivi politici».
E lei, stando così le cose, si è fatto un’idea sul perché è indagato al punto da rischiare il posto da assessore?
«Credo che sia stato confuso il discorso della referenza con il progetto culturale Ipa verso i Balcani e che porto fieramente avanti. Il gemellaggio, tengo a precisare, era totalmente sganciato dal progetto Ipa, non c’entrava nulla, non aveva alcun tornaconto, non prevedeva alcun compenso. Niente, niente di niente».
Beh, assessore, la proposta di gemellaggio coinvolgeva la sua compagna.
«Ex compagna. Lo so, questo spinge a pensare che io l’abbia raccomandata. Ma di che cosa? Ripeto, il gemellaggio non prevedeva alcun compenso. Zero. L’ho fatto a fin di bene».
Una buccia di banana.
«Mettiamola così, resta il fatto che se avessi voluto raccomandare davvero la mia ex compagna avrei insistito, avrei chiamato di nuovo la ministra, mi sarei forse mosso in altri modi».
E’ questo che la rende tranquillo e fiducioso della magistratura?
«Ho chiarito tutto al giudice, sono sereno. Se avessi fatto una sola cosa illegale mi sarei già dimesso. Invece, pensi, a dimostrazione della mia buona fede, quella lettera l’avevo pure fatta protocollare. Se solo avessi voluto nasconderla, non l’avrei fatta registrare».
Rifarebbe una lettera di referenza, su carta intestata della Regione, per accreditare un’associazione che conosce?
«A questo punto non più. Considerato quello che mi sta capitando, sicuramente no. Però, faccio notare che questa può essere anche una limitazione».
In che senso?
«Che al politico verrebbe voglia di non parlare più con nessuno, di non ricevere istanze e proposte, di non ascoltare i cittadini meritevoli. E’ quello che mi sta capitando».
Per lei, tra l’altro, è la seconda volta che finisce in un’inchiesta dopo quella sui buoni benzina.
«Per carità, non me la ricordi. Anche quella storia mi ha fatto male, ne sono uscito assolto, lo ripeto, as-sol-to, perchè il fatto non sussiste. E mi farebbe piacere se lo riscrivesse».