«Tamponata la crisi ma la politica monetaria non basta»
ROMA C’è molta Europa e relativamente poca Italia, nelle prime Considerazioni finali di Ignazio Visco. In un discorso di impianto volutamente sobrio ed essenziale, il governatore riconosce al nostro Paese (all’esecutivo attuale e a quello che lo ha preceduto) il merito di aver correttamente impostato il risanamento dei conti pubblici, pur al prezzo di una «pressione fiscale ormai con compatibile con la crescita sostenuta»; chiede però di continuare ad agire sul fronte delle riforme strutturali, anche gradualmente ma con un «disegno complessivo». La situazione italiana viene però inquadrata e descritta in un contesto europeo in cui «serve un cambio di passo» in direzione dell’unione politica, senza la quale la sola unione monetaria è «difficile da sostenere».
Visco parte ricordando il lavoro di Mario Draghi e quello del direttore generale Fabrizio Saccomanni (per il quale potrebbe profilarsi un secondo mandato). Poi riepiloga quanto successo nell’anno trascorso dalla precedente relazione, dalla crisi «di gravità eccezionale» che si è scatenata l’estate scorsa sul mercato del debito sovrano. Una crisi causata dal peggioramento delle prospettive dell’economia globale e dall’aggravarsi della situazione greca. In un quadro così difficile, divenuto particolarmente grave alla fine dell’anno scorso, sono intervenuti i governi nazionali più sotto pressione con le misure di austerità, mentre l’Unione europea accelerava la riforma della governance, rafforzando anche il sostegno finanziario ai Paesi in difficoltà, e le banche centrali ricorrevano a misure straordinarie.
Tutte queste contromosse hanno evitato il peggio; in particolare - ricorda il governatore - gli acquisti di titoli da parte della Bce e poi le operazioni di rifinanziamento a tre anni hanno permesso di evitare il blocco dei mercati e una stretta del credito «rovinosa» per famiglie e imprese. Senza gli interventi di Francoforte l’effetto depressivo sull’economica causato dal balzo dei rendimenti - quantificato in un punto percentuale - sarebbe stato ancora più intenso. Quella liquidità «non è rimasta inutilizzata». Ora però, argomenta Visco, serve qualcosa di diverso, visto che «la politica monetaria non può sanare tutti gli squilibri». Le banche centrali continueranno a fare il proprio lavoro anche perché «l’uscita dall’attuale assetto è oggi del tutto prematura» e dunque i tassi di interesse dovranno restare all’attuale basso livello. Ma l’Europa deve affrontare i propri problemi per un’altra via: un’economia integrata e «per molti aspetti più solida ed equilibrata di altre aree avanzate del mondo» presenta ormai evidenti «squilibri interni». Più precisamente «si avverte la mancanza di fondamentali caratteristiche di una federazione di Stati: processi decisionali che favoriscano politiche lungimiranti, risorse pubbliche comuni, regole davvero condivise sul mercato finanziario».
Cosa fare? Per il governatore tocca in primo luogo ai leader europei (ed alla stessa Banca centrale) comunicare con forza ai mercati «la volontà irremovibile di preservare la moneta unica»: in questo modo si potrebbero forse ridurre gli attuali spread, che «non sembrano tener conto di quanto è stato fatto» in direzione del risanamento. Poi sul fronte della crescita potrebbero essere presi in considerazione «progetti comuni e cofinanziati di investimento» ed anche un fondo in cui «trasferire i debiti sovrani che eccedano una soglia uniforme»: ma queste mosse suppongono appunto «regole cogenti e poteri di controllo e di intervento»: in altre parole la rinuncia degli Stati ad una parte della propria sovranità.
In Italia la sfida è duplice: da una parte «trovare tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale», dall’altra portare avanti il «vasto cantiere» delle riforme anche «un dossier alla volta». Ma l’appello non è solo alla politica. Anche agli imprenditori può essere chiesto «uno sforzo finanziario aggiuntivo perché rafforzino il capitale delle loro imprese». E Visco conclude spiegando che «il percorso non sarà breve». Dunque «tirarci fuori dallo stretto passaggio che attraversiamo impone costi a tutti, costi sopportabili se ripartiti equamente e con una meta chiara».