ROMA - Basta guardarli, il premier Monti e la ministra Fornero. Basta guardarli mentre nell’aula del Senato si abbracciano radiosi, per capire quanto grande sia la soddisfazione. Palazzo Madama ha appena dato il suo via libera alla riforma del mercato del lavoro con 231 si, 33 no, 9 astenuti. Certo, si tratta di un risultato facilitato dalla richiesta di ben quattro voti di fiducia su altrettanti maxiemendamenti. I quali, però, di fatto hanno ricalcato il testo, con tutte le modifiche, approvato dalla commissione Lavoro al termine di due mesi di dibattito. Ora il provvedimento passa alla Camera. E anche qui si dà per scontata la blindatura con nuove richieste di fiducia. Il premier Monti non si sbilancia: «A noi interessa il buon esito di questa riforma, faremo le valutazioni necessarie».
Per sottolineare l’importanza che il governo dà al provvedimento, Monti si presenta in aula poco prima dell’ultima votazione. Seduto accanto alla Fornero che - insieme ai colleghi Passera, Giarda, Gnudi, Di Paola - è lì dall’inizio della mattinata, il premier ascolta una parte delle dichiarazioni finali dei gruppi e poi decide di votare in quanto senatore a vita. Operazione che si rivela più complicata del previsto: il sistema elettronico non riconosce la sua tessera e il presidente Schifani deve fargliela sostituire all’istante. Alla fine, comunque, Monti può esprimere il suo sì. «È una riforma di profonda struttura. Siamo molto incoraggiati da questo successo al Senato. Noi non cerchiamo il plauso delle categorie, ma il bene dei giovani» commenta poi con i cronisti, sottolineando come l’impianto del provvedimento sia stato molto apprezzato da importanti organismi internazionali, quali la commissione Ue, l’Ocse e il Fondo monetario internazionale. Dal canto suo la Fornero ribadisce che l’articolo 18 diventa «europeo» e «non cancella le garanzie per i lavoratori».
Il provvedimento che arriva alla Camera presenta molte novità rispetto al testo originario licenziato dal governo. In particolare sono state ammorbidite alcune rigidità sulla flessibilità in entrata (finte partite Iva, intervallo per i rinnovi dei contratti a termine, causale) giudicate eccessive dal Pdl e dal fronte imprenditoriale, e sono state allargate - su richiesta del Pd - alcune tutele per i precari con l’introduzione di una sorta di salario base per i co.co.pro e il rafforzamento in via sperimentale dell’una tantum. Per la Cgil il provvedimento resta comunque «squilibrato». «Penso non sia la legge di cui questo Paese aveva bisogno» dice Susanna Camusso.
E intanto già monta un altro fronte: con un decreto appena pubblicato in Gazzetta ufficiale il governo ha tagliato gli sgravi sul salario di produttività. «Una insensatezza preoccupante» protesta il leader Cisl, Raffaele Bonanni. «Un fatto vergognoso, un’ulteriore stangata per gli operai» attacca Luigi Angeletti, numero uno Uil. Parla di «scelta miope» la Cgil e anche il giudizio del segretario generale Ugl, Giovanni Centrella è durissimo: «È l’ennesima grave violazione da parte del governo degli accordi sottoscritti con le parti sociali».