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Data: 04/06/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Sul web la carica degli esodati «L’Inps certifichi i nostri diritti»

Gli esclusi dal decreto ora chiedono un osservatorio ad hoc

ROMA - Il blog lo hanno attivato gli esodati delle Poste, ma poi si è allargato e hanno iniziato a utilizzarlo per chiedere informazioni e notizie anche gli esodati di altre aziende. Da quando è nato, il 18 dicembre del 2011, lo hanno visualizzato in 385.000. Un numero che da solo fa capire quanto il problema sia sentito. C’è il gruppo donne Esmol, acronimo di esodate mobilitate licenziate, che a sua volta ha un proprio profilo facebook, e ha mandato una petizione al ministro Fornero. Ci sono gli esodati dell’Ibm e quelli dell’Alitalia. Quelli di Lodi e di Rieti, quelli di Ancona e di Firenze o Torino. E tanti, tantissimi altri. Storie collettive e individuali che hanno scelto il web per creare una rete, darsi forza a vicenda, organizzare presidi e incontri con i sindacati e le forze politiche. Raccolgono promesse a destra e a sinistra, solidarietà piena dal tal parlamentare piuttosto che dall’altro. Ma nel frattempo il governo è andato avanti per la strada annunciata: decreto per 65.000, per gli altri c’è la promessa di «trovare soluzioni eque e finanziariamente sostenibili». Quando? Non si sa. Come? Non si sa. E così hanno deciso di lanciarla loro, gli esodati fuori quota, una proposta: l’istituzione di un osservatorio ad hoc presso l’Inps, «per monitorare le criticità e facilitare la soluzione». Un osservatorio che ogni anno dica in modo certo quante sono le persone che hanno diritto alle prestazioni pensionistiche con le regole ante riforma Fornero.
A scorrerlo questo blog si trova di tutto. E si capisce come la vicenda esodati o salvaguardati o esodandi che dir si voglia, sia molto complessa. C’è chi non rientra nei 65.000 magari per un solo giorno, chi era convinto di essere tra i ”fortunati” e invece ha scoperto recandosi all’Inps o scrivendo ad un esperto che non è così. C’è chi risulta ancora legato all’azienda, ma già da molto prima del dicembre 2011 di fatto ne è fuori, perché in cassa integrazione straordinaria, perché in mobilità, perché l’azienda semplicemente non c’è più. Chiusa, dismessa, estinta. Sono storie di disperazione. Di gente che ha accettato l’uscita anticipata dall’aziende dove magari aveva lavorato per una vita, con la certezza di andare in pensione dopo qualche anno. E invece adesso si ritrova la meta spostata in avanti anche di 5-6 anni.
E’ il caso di molte donne, le più penalizzate dal repentino aumento dell’età pensionabile. Maria Grazia Romano, ex dipendente Ibm, è una di loro. Lei l’accordo di esodo incentivato con l’azienda lo ha firmato il 15 aprile 2011, dal primo aprile successivo non ha più messo piede in azienda. Non avrebbe potuto neanche volendo: il suo badge è stato disattivato. Però Maria Grazia, classe ’52, per mantenere attiva la copertura della cassa sanitaria privata, anziché figurare come licenziata o dimessa, risulta in aspettativa senza stipendio, né contributi fino al 30 giugno 2012. Da quel giorno, secondo le vecchie regole, avrebbe maturato i requisiti per la pensione che poi avrebbe percepito l’anno successivo, giugno 2013. Non a caso l’incentivo all’esodo che l’azienda le ha riconosciuto di fatto corrisponde allo stipendio fino al 30 giugno 2013. Ora però, per avere la pensione, dovrà aspettare fino al 2017. Quattro anni in più che Maria Grazia vede con angoscia.
La vicenda di Emilio De Martino, uno degli esodati postali, è quasi paradossale. Dalle Poste lui è uscito a tutti gli effetti il 31 dicembre 2011. È uno dei criteri per i salvaguardati. L’accordo con il conteggio dell’incentivo fu firmato a novembre (altro criterio rispettato). A fregarlo è la sua data di nascita: 22 dicembre 1952. Il che significava, con le vecchie regole, maturare i requisiti per la pensione a partire dal primo gennaio 2014. Peccato che il terzo requisito richiesto per rientrare nei 65.000 è aver maturato il diritto al trattamento pensionistico pochi giorni prima, ovvero entro il 6 dicembre 2013. Emilio non è l’unico in questa situazione. «Solo alle Poste - dice - siamo fuori dalla deroga, pur essendo fuori dall’azienda, in 2.760».

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