Siamo un Paese malato di automobilismo. Lo dice la storia industriale dell'Italia, ma anche quella del nostro costume, dove l'automobile interpreta un ruolo da vedette. E infatti lo confermano anche i dati, come testimonia l'articolo che pubblichiamo nella sezione dell'approfondimento. Ciò spiega perché gran parte della nostra politica sulla mobilità sia basata sulle quattro ruote, sia che si tratti di trasporto di persone che di trasporto merci. E spiega anche perché i nostri governi che si sono succeduti in questi anni si preoccupino assai più di far rinnovare il parco auto ai nostri concittadini, sia pure al prezzo di costose rottamazioni, invece che iniziare a impostare una seria politica di dissuasione dall'uso del mezzo privato almeno per muoversi in città Del tutto risibile, poi, l'accusa che l'overdose di automobili alla quale sono sottoposti i nostri centri urbani trovi la sua giustificazione nell'insufficienza del servizio pubblico. Per dimostrare che si tratta di un'affermazione del tutto apodittica, basterebbe metterlo alla prova, il servizio pubblico, svuotando però le strade dai veicoli provati, che fanno traffico e ingorghi. Non bisogna essere di parte per capire che senza le auto private la velocità commerciale dei mezzi pubblici aumenterebbe in modo sostanziale. E se i denari destinati a rottamare le auto, e quindi ad arricchire l'industria privata, fossero destinati ad autobus e metropolitane, allora, forse, oltre ad andare più veloci, i bus potrebbero anche essere più numerosi, liberando i cittadini dalla schiavitù del vivere guidando. Il problema è che dell'inversione culturale che sottintende a questo scenario non c'è traccia. Almeno per adesso.