ROMA - Evidentemente non ci ha dormito la notte: quei numeri sugli esodati, 390.000 secondo l’Inps, non dovevano essere resi pubblici; quei documenti dovevano restare ben chiusi nei cassetti. E così in mattinata appena i giornalisti la intercettano all’assemblea di Confartigianato, il ministro Elsa Fornero diventa un fiume in piena e spara ad alzo zero contro i vertici Inps. Parla di diffusione «irresponsabile, fatta per danneggiare il governo». Lancia accuse di «gioco al massacro». E punta il dito contro «documenti che contengono numeri parziali e non spiegati». «Chi ha dato il documento lo ha fatto con dolo» ribadisce. E infine, durissima: «Se fosse un settore privato, questo sarebbe motivo per riconsiderare i vertici. Siamo in un settore pubblico, ci sono le leggi, c’è un Parlamento e tutte queste procedure vanno rispettate». Come dire: se fosse per lei il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua e il direttore generale Mauro Nori già dall’altra sera, quando li ha convocati di urgenza al ministero, sarebbero a casa a rigirarsi i pollici, «sfiduciati», licenziati.
Ma la sua ira diventa un boomerang. L’intero arco parlamentare le si rivolta contro, accusandola di nascondere le cifre, di non voler risolvere la questione, di trattare le persone come dei numeri. In Senato i gruppi della Lega, Pd, Pdl, Udc e Cn, fanno richiesta di un chiarimento in Aula del ministro. Non manca chi chiede che sia la ministra - e non i vertici dell’Inps - a dimettersi. Lei replica: «Sono sempre disponibile ad andare in Parlamento. Non mi sono mai sottratta».
Twitter diventa uno degli strumenti privilegiati per esprimere sconcerto e sollecitare il governo ad agire. Cinguetta la sua preoccupazione il segretario del Pdl, Angelino Alfano: «Persone, non numeri, quando si parla di esodati dobbiamo renderci conto che dietro il dramma ci sono padri e madri di famiglia». Nel suo partito, poi, si scatena un vero diluvio di critiche al ministro: Lupi, Gasparri, Sacconi, Cicchitto, Brunetta, Matteoli, Fitto, Bianconi, Rotondi. Sceglie twitter anche il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. E il suo è un vero ultimatum: «Il tempo è scaduto. Adesso vogliamo chiarezza sugli esodati». Il presidente del Pd, Rosi Bindi, accusa la ministra di «ostinazione e diabolica perseveranza». Poi le rammenta che «il suo compito è fornire i numeri esatti non minacciare i vertici dell’Inps. Tanto più che da tempo le viene ripetuto che la cifra di sessantacinquemila esodati non è realistica».
Molti gli interventi dei leghisti. Roberto Maroni affida a Facebook le sue riflessioni: «Il pasticcio colossale sugli esodati combinato dalla ministra Fornero è una vergogna: 300 mila lavoratori (quasi tutti padani) e le loro famiglie lasciati senza reddito, per colpa di un governo che aiuta i banchieri e frega i lavoratori. Questo è un crimine sociale. Invece di prendersela con l’Inps (roba da non credere) la ministra Fornero dovrebbe dimettersi subito». Dimissioni chieste a gran voce anche dal leader dell’Idv, Antonio Di Pietro. Per Nichi Vendola, presidente di Sel, l’intera vicenda è dimostrazione da parte del governo di «sciatteria».
Naturalmente altrettanto dure sono le reazioni in casa sindacale. «Penso che Fornero sia l’ultima che si deve arrabbiare; ci sono qualche centinaia di migliaia di persone che si devono arrabbiare» dice il numero uno della Uil, Luigi Angeletti. Il leader Cisl, Raffaele Bonanni, esprime «fiducia nei vertici dell’Inps» e definisce «ingenerose le critiche del ministro del Lavoro che vuole scaricare sulle spalle di altri gli errori commessi dal governo sulla vicenda davvero incresciosa degli esodati». La Cgil con Susanna Camusso minaccia lo sciopero generale. E così l’Ugl di Giovanni Centrella. Tutti chiedono di risolvere la questione. Anche la Confindustria, che però con il presidente Giorgio Squinzi avverte: «I costi di questa situazione ed eventuali errori di valutazione non vengano messi a carico delle aziende che sono già abbastanza sotto pressione».
Mastrapasqua tranquillo: i numeri richiesti dal dicastero. Dimissioni escluse, il documento era noto a molti uffici
ROMA I vertici dell’Inps, a partire dal presidente Mastrapasqua, scelgono la linea del silenzio nel giorno dell’attacco frontale da parte del ministro. Un silenzio che nonostante tutto è anche espressione di tranquillità: l’idea delle dimissioni non viene nemmeno presa in considerazione. E di fronte alla specifica accusa di aver voluto divulgare il documento con la stima dei 390 mila esodati, a Via Ciro il Grande ci si limita a far notare che quel testo, richiesto dallo stesso dicastero, era in possesso di molti uffici, non solo del Lavoro ma anche dell’Economia.
Del resto che interesse avrebbe avuto l’istituto a far uscire ora un testo datato 22 maggio? Il sospetto è che la sua diffusione in questo momento sia piuttosto funzionale alla manifestazione dei sindacati di sabato prossimo: la questione degli esodati sarà uno dei temi forti della giornata. O addirittura, l’operazione potrebbe avere una valenza politica, nel momento in cui il Pd cerca di riaprire la partita con il ministro.
Di certo la relazione tecnica della discordia è stata sollecitata dagli uffici di Elsa Fornero: le 390 mila persone indicate sono la platea potenzialmente interessata dalla norma di salvaguardia contenuta nel decreto salva Italia (poi parzialmente corretto con il cosiddetto milleproroghe). Ma la legge oltre ad elencare le varie tipologie, dalla mobilità al fondo dei bancari ai lavoratori autorizzati ai versamenti volontari, poneva anche un ben preciso limite quantitativo, ispirato non dall’Inps ma dalla Ragioneria generale dello Stato.
Un limite che nell’ultima versione del decreto è stato espresso non in termini di teste, di persone da salvare (65 mila) ma di soldi a disposizione, poco più di 5 miliardi di euro dal 2013 al 2019. Questa scelta, diversa da quella fatta in occasione di precedenti riforme previdenziali, si giustificava con la volontà di mantenere un minimo di flessibilità al momento del monitoraggio. Ma era chiaro che per la Ragioneria quei 5 miliardi significavano 65 mila salvati, ammessi a lasciare il lavoro con le regole in vigore fino al 31 dicembre 2011. Così quando è arrivato il decreto congiunto Lavoro-Economia, certo deludente per gli interessati, nessuno tra gli addetti ai lavori è rimasto sorpreso nel ritrovare, come in un gioco dell’oca, la stessa cifra da cui si era partiti.
D’altra parte lo stesso testo del salva-Italia conteneva alcuni punti deboli, di cui l’Inps era ben a conoscenza. Ad esempio a Elsa Fornero era stato suggerito di non inserire la clausola sui versamenti volontari. Per lo meno, non nella formulazione in cui è stata scritta nella legge, che di fatto coinvolgeva centinaia di migliaia di persone, anche relativamente giovani, dunque con effetto su anni molto lontani: alla sola condizione di aver ottenuto l’autorizzazione alla prosecuzione.
Paradossalmente, l’attacco frontale del ministro nei confronti dell’istituto può avere l’effetto di mettere la sordina al contrasto interno, che pure esiste, tra il presidente Mastrapasqua e il direttore generale Nori; una divergenza a cui contribuisce anche la particolare governance dell’Inps in cui non c’è un consiglio di amministrazione a fare da filtro tra le due figure. Quindici giorni fa alla presentazione del rapporto annuale dell’istituto proprio Elsa Fornero aveva confermato la propria volontà di affrontare e sciogliere questo nodo, affidandosi ad una commissione di studio. Ieri il nodo pareva piuttosto propensa a tagliarlo con la spada, ma la sua linea dura non trova il sostegno del premier Monti, a maggior ragione in una fase così delicata per il Paese.