Con le lacrime del ministro - e conseguente battuta del presidente del consiglio Mario Monti («commuoviti, ma correggimi») - che temperarono per l’irrituale spontaneità l’altrettanto irrituale rapidità del provvedimento. Lacrime che innescarono anche un dibattito un po’ politico e un po’ di costume sulla sincerità, l’opportunità, la ministerialità del pianto come prassi di governo. Un altro dibattito – compresa la molto riuscita imitazione televisiva giocata sulla figura classica della maestrina – nacque successivamente a proposito del tono professorale e assertivo del ministro, che tanti guai ha provocato e tanto si presta alla caricatura che ne è stata fatta.
Insomma, negli ultimi sette mesi Elsa Fornero è stata l’unico componente dell’esecutivo ad assumere una forma di soggettività che è andata oltre il profilo puramente tecnico. Con conseguenze difficili sulle sue relazioni: frizioni con i tre sindacati e Confindustria (contemporaneamente, ricompattando anche in questo caso un fronte diviso), frizioni dentro al suo ministero, e anche nel governo, continue incomprensioni con gli uomini dell’amministrazione pubblica.
C’è un lungo elenco di episodi. Per esempio, la scelta molto discussa di andare in fabbrica, all’Alenia di Torino, a spiegare la riforma del mercato del lavoro ai lavoratori. Scelta che destò scetticismi nel governo e insieme l’ira del segretario della Cgil, Susanna Camusso. I rimproveri alla delegazione del forum nazionale dei giovani perché non era presente una rappresentanza femminile. Il rapporto inesistente con il suo viceministro Michel Martone, intorno al quale ingiustificatamente era stato messo su una specie di cordone sanitario, escludendolo da tutte le attività del ministero. Poi l’aspro confronto con Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, dopo il varo molto pasticciato della riforma del mercato del lavoro.
Ma in questa azione dal bilancio fallimentare il ministro del welfare ha sottovalutato due aspetti. Il primo è che anche nella declinazione tecnica, un ministro deve tirare fuori la sua sensibilità nella valutazione dei rapporti di forza, e praticare l’arte della politica, cioè del possibile. E deve necessariamente fare i conti con le parole che usa, con le reazioni che susciteranno, con il significato del suo ruolo.
La seconda questione è il rapporto con le strutture, con l’apparato dello Stato, che non è privo di difetti – come sappiamo – ma è l’unico che abbiamo. Elsa Fornero ha dato più degli altri componenti del governo la sensazione di essere un tecnico che non dialoga con i suoi tecnici. Non ne coglie la grammatica, le autodifese, le diffidenze; nè le inevitabili insidie dei rapporti tra il potere di chi governa e quello delle strutture esecutive. C’è stata la formulazione aggiustata, riadattata, modificata, dell’articolo 18, origine del conflitto sia con i sindacati sia con Confindustria. Poi la discussione con i funzionari parlamentari sull’incostituzionalità di una parte della riforma del mercato del lavoro, quella sulla formazione, materia di competenza regionale. E poi il caso esodati. Al ministro sono state contestate le incertezze sul numero di lavoratori che in una fase di recessione, nelle aziende in ristrutturazione si sarebbero trovati esposti all’allungamento dei tempi di pensionamento.
La dura polemica con l’Inps, culminata con le parole di ieri, è inadatta a uno stile di governo, persino a un rigido e sabaudo stile di governo. Gli uffici dell’istituto previdenziale avevano detto sin dall’inizio che il numero degli esodati era più alto di quei 65.000 per cui era stata trovata una copertura finanziaria dal ministero dell’Economia. Un documento riservato dell’istituto di previdenza è stato diffuso da un’agenzia di stampa, ma erano appunto cifre note. Dunque non è un Inps-leak. Le fughe di notizie esistono e fanno parte della dialettica tra i poteri. E il potere – soprattutto in tempi di riforme necessarie – va esercitato con determinazione sì, ma con consapevolezza e misura.