ROMA La parola d’ordine è accelerare. Applicare con la massima velocità possibile i vari meccanismi legislativi pensati per la valorizzazione e la cessione del patrimonio pubblico, che finora non hanno ancora portato risultati significativi. La spinta riguarda sia gli immobili sia le società pubbliche, ma nel settore mobiliare l’attenzione è concentrata sui servizi pubblici locali.
Il quadro si presenta certo meno propizio, rispetto alla grande stagione delle privatizzazioni, gli anni Novanta: per i prezzi di Borsa e per la rarefazione dei grandi acquirenti internazionali. Si punta dunque ad usare strumenti diversi, che permettano di sfruttare tutte le possibilità. Alcuni di questi strumenti sono già in campo, ma devono essere resi operativi in tempi più rapidi. È il caso della Sgr (Società gestione del risparmio) prevista da una delle manovre della scorsa estate. Il suo compito è istituire fondi che partecipino a quelli immobiliari costituiti da enti territoriali, ai quali Comuni e Regioni devono conferire immobili. Terminata la fase di gestazione la Sgr dovrebbe essere ora pronta a partire. Inoltre in base ad un’altra norma di fine 2011 - il ministero dell’Economia può trasferire beni immobili dello Stato a fondi comuni di investimento immobiliari e società di gestione del risparmio: i proventi della cessione delle quote dovrebbero andare direttamente alla riduzione del debito pubblico. Infine anche l’Agenzia del Demanio ha la possibilità di promuovere società, consorzi e fondi, sempre con l’obiettivo di valorizzare e alienare il patrimonio sia statale sia degli altri enti; l’Agenzia fornisce la struttura tecnica di supporto.
Sul fronte delle utilities, sono già in vigore le norme che spingono gli enti locali a scendere sotto il 30 per cento. Oltre a premi sotto forma di maggiori risorse per gli investimenti.
Le cifre, da qualsiasi parte le si guardi, sono colossali. Nell’ultima legge di stabilità del governo Berlusconi si parlava di 5 miliardi l’anno per tre anni, quindi 15 miliardi da incassare tra il 2012 e il 2014, solo per la parte immobili. Arrivato a fine 2011 a Palazzo Chigi Mario Monti rinnovò l’impegno sulle cessioni sul quale la Ue ha puntato l’attenzione. La prima cifra ipotizzata stimava 340 milioni, da incassare subito per quattro immobili della Difesa. Tra questi c’erano la caserma di via Guido Reni a Roma, altre in vetrina a Bologna e Torino.
Ben più consistente il patrimonio immobiliare complessivo: 368 miliardi di cui 225 da attribuire ai Comuni e 40 a Regioni e Province. Solo 42 miliardi sono liberi e di questi 25 sono comunali. Non tutti i beni sono appetibili e quindi vendibili.
Oltre al tesoro immobiliare, gli enti locali hanno in mano altri «gioielli». Sono circa 2.000 le società che offrono i servizi: acqua e energia soprattutto oltre ai trasporti (633) generalmente in perdita. Ma sull’apertura ai privati è in corso un duro braccio di ferro. Per avere un’idea dei valori, Brescia e Milano controllano (55%) A2A che capitalizza in Borsa 1,4 miliardi; Hera ne vale 1,13 ed è di proprietà dei comuni di Imola, Ferrara, Rimini e Ravenna; Acea (51% del comune di Roma) in Borsa vale 805,2 milioni e Iren (Parma e Reggio Emilia) 412,6. Valori depressi dalla bufera sui mercati. Lo Stato potrebbe aprire il capitale di Ferrovie e Poste, 100% del Tesoro.