ROMA E’ stata un’altra giornata ad alta tensione quella di ieri a palazzo Madama, dove si stanno votando, anche se molto a rilento, i primi articoli del disegno di legge sulle riforme costituzionali (dieci in tutto). La seduta, tra rimpalli di accuse e responsabilità, critiche, specie di parte Pd, alla conduzione dei lavori dello stesso presidente del Senato, Renato Schifani, si è chiusa con un primo, parziale, punto fermo. Il Senato ha approvato la riduzione del numero dei deputati (ma non quella dei senatori, per ora rinviata a mercoledì 27) che scenderebbero dagli attuali 630 a 508, compresi otto eletti all’estero. Appena il giorno prima il rinnovato asse Pdl-Lega aveva imposto la discussione sull’articolo 2, e cioè su composizione e poteri del Senato federale, oltre che sul semipresidenzialismo. Ieri, però, il presidente Schifani ha imposto una nuova inversione dei lavori e tempi di discussione molto ristretti che, pur suscitando polemiche e malumori, hanno comportato almeno un primo risultato. Quello del taglio dei deputati. L’articolo 2, ha deciso Schifani, viene invece rispedito in commissione e, dopo un rapido riesame, tornerà in aula a partire da mercoledì prossimo insieme al semipresidenzialismo, ma l’accordo (e il testo) partorito in commissione Affari costituzionali, presieduta da Carlo Vizzini, regista dell’operazione e relatore del ddl riforme in aula, appare ormai morto e sepolto. La scelta di Schifani di rimandare in commissione, ma di dichiarare ammissibili, gli emendamenti sul semi-presidenzialismo, suscita un vivace battibecco con la capogruppo democrat, Anna Finocchiaro, che lo accusa di non essere stato «garante istituzionale né notarile dell’aula». Schifani replica secco che «non sono segretario politico» di un partito né «impongo scelte politiche che non mi competono».
Fuori dalle polemiche, restano i voti. L’articolo 1 è stato discusso e votato con 212 voti favorevoli, 27 astenuti (tutti della Lega) e 11 voti contrari, tra i quali i radicali Perduca e Poretti, Li Gotti (Idv) e Baldassarri (Fli). Il testo interviene sull’articolo 56 dell’attuale Costituzione, che riguarda il numero dei deputati: vengono ridotti del 20% (da 630 a 508), ma si abbassano anche i requisiti anagrafici per l’elettorato passivo. L’età per essere eletti deputati passa dagli attuali 25 ai 21 anni d’età. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi (otto) assegnati alla circoscrizione Estero (fino ad oggi erano dodici), si effettua dividendo per cinquecento il numero degli abitanti italiani in base all’ultimo censimento e distribuendo i seggi in proporzione. Per la riduzione del numero dei senatori, però, bisognerà aspettare ancora. Battute e ilarità si sprecavano anche nell’altro ramo del Parlamento (Pino Pisicchio dell’Api si chiede se i colleghi non siano «finiti nel conflitto d’interessi») né mancano i problemi di merito. La norma sugli eletti a Palazzo Madama è infatti contenuta nell’articolo 2, quello tornato in commissione, lo stesso del Senato federale: la Lega vuole da un lato la cancellazione degli eletti all’Estero e, dall’altro, nominare 40 nuovi rappresentanti delle Regioni (due per ognuna) accanto ai senatori eletti. Morale, i numeri «ballano»: la riduzione dei senatori dovrebbe essere, in teoria, da 315 a 254 ma i quattro senatori eletti all’estero e i possibili nuovi 50 nominati dalle regioni entrano ed escono dal computo. Il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, assicura: «Il cammino delle riforme non sarà interrotto». Ma la Finocchiaro è facile profeta: «Si alza la posta per non fare nulla, la riforma non vedrà la luce».