MILANO Ci sono i messaggi di posta elettronica scaricati dagli uomini della guardia di finanza dai computer degli uffici della direzione generale della Sanità, e in particolare quelli del potente capo Carlo Lucchina. E poi i documenti bancari e le carte di credito di Pierangelo Daccò: confrontando i flussi di denaro con la verifica dell’iter di alcune delibere regionali in campo sanitario, gli investigatori stanno ricostruendo i presunti versamenti alla base dell’accusa di corruzione. Per i magistrati di Milano la sanità del Pirellone è inquinata da un «sistematico versamento di tangenti», dunque nulla a che vedere con quel rapporto «di privati tra privati» sostenuto dal governatore Roberto Formigoni, indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. I lobbysti come Daccò che risolvevano problemi per conto delle aziende volevano - si apprende da un’intercettazione - «un capitolato molto stringente», ovvero delibere fatte su misura per loro.
«Pressioni di Formigoni». Pasquale Cannatelli, il direttore generale dell’ospedale Niguarda di Milano, «si era lamentato del forte ritardo nell’avvio della gara e per il fatto di aver subito pressioni di Formigoni e da esponenti della General Electric». E’ quanto mette a verbale un dirigente del Niguarda, ascoltato dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Carlo Nocerino nell’ambito dell’inchiesta su presunte irregolarità che riguardano tre bandi di gara, ora bloccati, per la sperimentazione di apparecchiature ad alta tecnologia scientifica per la cura dei malati. Inchiesta nella quale per Lucchina, indagato per corruzione in concorso con Formigoni, viene ipotizzata l’accusa di turbativa d’asta. Ora gli inquirenti stanno lavorando sulle affermazioni del dirigente dell’ospedale. Per accertare se il presidente della regione Lombardia abbia o meno - e per quali motivi - caldeggiato la gara per l’acquisto e la sperimentazione di 135 ecoscopi destinati alle aziende ospedaliere di Lecco e Niguarda. Per l’appalto era già stato deliberato lo stanziamento di un milione e 100 mila euro.
Cene elettorali. Un’azienda sanitaria privata avrebbe sostenuto, con 500 mila euro, la campagna elettorale di Formigoni per le regionali del 2010. Ma i versamenti veri e proprio, secondo gli inquirenti, erano preceduti da cene che riunivano allo stesso tavolo il governatore, manager della sanità, luminari della medicina e luminari del settore. A pagare come sempre era Daccò che, a sua volta retribuito dalla fondazione Maugeri e dal San Raffaele, ha sborsato 60 mila euro per gli appuntamenti conviviali nei migliori ristoranti d’Italia. Vere e proprie cene elettorali, dicono i pm. Riferisce Daccò nell’interrogatorio del 5 maggio scorso: «In occasione del Meeting di Rimini prenotavo sempre presso il Meridien circa 10 stanze che poi mettevo a disposizione dei miei ospiti. Inoltre organizzavo sempre, durante ogni Meeting, una cena al ristorante Lo Squero alla quale invitato circa 50 persone. Tuttavia spesso tali cene si allargavano anche agli amici dei miei ospiti, per cui vi partecipavano anche 180 persone. Per tali cene sostenevo spese per circa 18 mila euro».
L’arrocco del governatore. «Vedo che alcuni giornali e tv insistono nel sostenere senza prove che sarei indagato, talvolta citando loro anonimi informatori». Roberto Formigoni non arretra di un millimetro e dopo la conferenza stampa ricorre a una nota ribadendo «per il secondo giorno» di non aver ricevuto «alcun avviso di garanzia». Dunque «escano dall’anonimato questi giornali, citino le loro fonti, se ne hanno, prendano atto che non sono la bocca della verità e non possono essere creduti solo perché lo dicono loro». Il governatore, da parte sua, attende quindi «davvero serenamente che la procura di Milano proceda nelle indagini che so, in coscienza, mi vedranno immune da qualunque reato».