ROMA Sarà difficile per Atene puntare i piedi per ottenere sconti dalla Ue al vertice di Bruxelles di giovedì e venerdì prossimi. Già la richiesta di una proroga dei termini per l'attuazione del piano di austerity si era scontrata con il gelo dei partner che, per voce del commissario europeo Olli Rehn, avevano risposto che prima si dovrà valutare quanto sia stato fino a oggi realizzato. E se questo è il criterio, allora la Grecia da ieri ha le speranze pressoché azzerate: non solo ben poco è stato fatto nel rispetto degli accordi con Ue, Bce e Fmi, ma c'è addirittura stata una violazione grave e palese degli accordi stessi. E' venuto fuori che, invece di procedere agli sfoltimenti nel settore pubblico, Atene ha assunto, fra il 2010 e il 2011 ben settantamila nuovi funzionari. Lo ha rivelato il settimanale To Vima, pubblicazione vicina ai socialisti del Pasok che oggi, con il centro destra di Nea Democratia e la sinistra moderata di Dimar governano il Paese. Il giornale ha citato un rapporto interno della missione permanente della Troika e un rapporto voluto dal ministro delle finanze a interim George Zannias.
Non basta, ci sarebbero inoltre altre 12 mila persone che sono state assunte dagli enti locali proprio mentre era in corso la fusione di alcune municipalità. Il rapporto del ministro delle finanze a interim, che dovrà essere trasmesso al successore designato Vassilis Rapanos, svela che ci sono attualmente 692 mila funzionari pubblici e che, nonostante nel 2010 siano andati in pensione in 53 mila e nel 2011 in 40 mila, la riduzione netta è stata di appena 24 mila. Tutto questo quando la Grecia si era impegnata a sostituire in quel periodo solo un funzionario su cinque in cambio di un forte aiuto finanziario.
La situazione per la Grecia ora si complica non poco, tutte le iniziative finalizzate a farla restare nell'eurozona hanno subito un duro colpo, proprio in quella che è la settimana cruciale per il futuro del Paese. Giovedì e venerdì prossimi il Consiglio europeo dovrà decidere che tipo di misure adottare per evitare ad Atene il ritorno alla dracma, rischio che continua a incombere anche dopo la seconda tornata elettorale che ha visto la vittoria dei partiti favorevoli all'euro e che da ieri si è aggravato con la denuncia della violazione degli accordi presi con Ue, Bce e Fmi.
A tutto questo si aggiunga il fatto che sia il nuovo premier, Antonis Samaras, leader dei conservatori di Nea Democratia, e il neo ministro delle Finanze, Vassilis Rapanos, presidente della Banca nazionale greca non saranno presenti al vertice per ragioni di salute (qualcuno insinua l'ipotesi di assenze diplomatiche).
Al di là della dietrologia, la motivazione per cui Samaras resterà a casa sta nel divieto opposto dai medici a suoi spostamenti a seguito dell'intervento chirurgico all'occhio di sabato per un distacco della retina. Rapanos, invece, è ospedale per accertamenti dopo lo svenimento di venerdì scorso e per dolori allo stomaco. Allora, chi ci sarà a Bruxelles a tutelare gli interessi presenti e futuri della Grecia? Un portavoce del governo ha spiegato che Atene sarà rappresentata al vertice dal ministro degli Esteri Dimitris Avramopoulos, che sarà affiancato dal ministro uscente delle Finanze, Zanias. Toccherà a loro cercare di rinegoziare i punti principali del programma di salvataggio: tagli fiscali, un aiuto extra per poveri e disoccupati, il congelamento dei licenziamenti nel settore pubblico e l'allungamento di due anni per la riduzione del deficit. I problemi di salute dei governanti greci hanno peraltro provocato lo slittamento della missione della Troika in Grecia e, di conseguenza, potrebbero esserci anche ritardi nel versamento della prossima tranche del prestito di cinque miliardi.