Adesso il presidente Chiodi ha fretta. Fretta di guardarsi negli occhi e non perdere altro tempo sulla questione infinita del dragaggio del porto canale. È una richiesta ufficiale quella di convocare «un nuovo incontro» pervenuta sul tavolo del sottosegretario all’Ambiente Tullio Fanelli e del collega Guido Improta (infrastrutture e trasporti). «Nell'ultima riunione del 7 giugno - scrive Gianni Chiodi ai due componenti del Governo - si era convenuto che entro le due settimane successive sarebbe stata convocata una ulteriore riunione per fare il punto della situazione e per la disamina degli eventuali aggiornamenti». Uno scandenzario che non può disattendere, vista la condizione disperata in cui versano la marineria e l’economia stessa della città, non solo quella strettamente legata alla pesca. Chiodi reclama ora «la partecipazione di tutti i soggetti interessati e già presenti al tavolo del 7 giugno», ma, è nelle intenzioni del presidente della Regione, chiedere al Governo una presa di posizione «chiara e inequivocabile. Vogliamo sapere - ha concluso Chiodi - se esiste una effettiva volontà da parte del Governo a ripristinare le funzionalità della struttura portuale pescarese, sulla quale, è il caso di ricordare, permane la competenza piena dello Stato». La storia è lunga e articolata, e per alcuni versi risulta addirittura kafkiana. Ci sono tratti del Pescara che possono essere guadati a piedi, le rive sono assediate da un tappeto di alghe, il mini dragaggio effettuato è risultato inutile e quando si faceva sul serio sono arrivati i sigilli alla draga «Cucco» per la sospetta presenza di sostanze inquinanti nei fanghi. Poi ci si è messa anche la vasca di colmata. E intanto la marineria ha esaurito anche il fiato della protesta, di fronte a un rimpallo di competenze e di responsabilità che ha contribuito all’impasse sul fiume. La ricerca delle cause del "tappo" di limo sui fondali va ben al di là dei mancati interventi che hanno consentito l’accumulo del materiale di risulta. Prima in forma più o meno sussurrata, poi in maniera scoperta, sul banco degli imputati è finita la diga foranea che, studi alla mano, è risultato la "mano" che strozza il porto canale. Dapprima salutata come un’opera che risolveva alcuni problemi, si è rivelata un rimedio peggiore del male. Ma intanto Pescara perdeva pezzi in successione. Persino lo storico collegamento con l’altra sponda dell’Adriatico, interrotto solo nel periodo della guerra nell’ex Jugoslavia, è stato dapprima ristretto e poi annullato. Se e quando tornerà, è tutto da dimostrare. Il danno è fatto non solo sul versante del turismo, che ha subìto un duro colpo per il mercato delle vacanze, sia in uscita sia in entrata, ma anche commerciale, poiché il dirottamento di un servizio regolare con la Croazia porta altrove gli acquirenti di beni e servizi. Vale appena il caso di ricordare che persino il commissario al dragaggio, il presidente della Provincia Guerino Testa, a un certo punto si è visto costretto a gettare la spugna, poiché tutti i tentativi di trovare una soluzione andavano puntualmente a naufragare di fronte alle porte della burocrazia, e anche a un certa politica non troppo attenta ai problemi concreti e gravi. Adesso Chiodi punta i piedi e suona la campana d’allarme fino a Roma. Sperando trovi orecchie disposte ad ascoltarla e ad agire di conseguenza.