Perché ciò che rimarrà nella memoria - e nella storia - di questi due giorni ad alta intensità emotiva saranno il pianto di Bossi, il suo dito accusatore puntato contro l’erede che gli ha voltato le spalle, il suo sacrificio: «Pur di non dividere la Lega la lascio a lui». Lui che, alle recriminazioni anti-magistrati dell’ex capo, rivendica «le scope» e replica: non credo ai complotti.
Voltar pagina era «inevitabile» ripetono quelli che si avvicendano al microfono. Ma voltar pagina non è sufficiente, oggi, per capire come sarà la Lega di domani. Maroni promette un sacco di cose, trasparenza, meritocrazia, largo ai giovani, lotta al carrierismo. Minaccia la Ue: o cambia, o via dall’euro. Poi chiama i fischi della platea facendo il nome di Napolitano e invitando Monti a sloggiare da palazzo Chigi. Quindi un accenno di svolta politica: «Dobbiamo diventare il primo partito nel nord, Roma la possiamo lasciare al suo destino». Pare un addio definitivo a Berlusconi e ad altre ipotetiche alleanze, ma è solo una blanda intenzione.
Le novità, semmai, stanno nei nuovi equilibri del partito padano. Il baricentro non è più a Milano, non solo. Luca Zaia e Flavio Tosi vincono la gara dell’applausometro per distacco. Uno è di Treviso, l’altro di Verona. Rivendicano concretezza e non cedono al sentimentalismo: «Basta con gli annunci a effetto e le manifestazioni che non servono a nulla» dice Zaia sfregiando gli ultimi dieci anni di iniziative padaniste. «Abbiamo problemi più seri che non i gusti sessuali o il colore della pelle della gente, o i complotti dei magistrati e dei giornalisti contro di noi».
L’appoggio a Maroni dei veneti al momento è incondizionato. Anche perché quello che volevano ottenere l’hanno già ottenuto. Lo Statuto modificato e approvato dal Congresso prevede infatti che d’ora in poi ogni singola regione deciderà per sé: alleanze, candidature, iniziative politiche. Lo rivendicavano da anni considerandosi (a ragione) il bacino di voti più prolifico per il partito. Bossi non lo aveva mai concesso. Ora Maroni, bisognoso del loro consenso, ha mollato: «Il rinnovamento passa anche da qui». Ma sa che potrebbe essere un’arma a doppio taglio.
Rimane apertissima la questione di quelli che prima erano i vincenti, e ora sono i perdenti. Il clan di Gemonio ha dovuto inventarsi delle bizzarre elezioni primarie clandestine per scegliere il nome dell’uomo da mandare al Consiglio federale. L’ha spuntata Marco Desiderati, sindaco di Lesmo. I bossiani hanno poi fatto confluire i loro voti su di lui: entrerà nella stanza dei bottoni leghista, unico affiliato del clan contro dieci di area maroniana. Le cose, nella Lega, sono cambiate molto in fretta.