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Data: 02/07/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
L’ultima mossa di Bossi, poi la resa. Umberto piange ed evoca la sentenza di Salomone: adesso il bambino è tuo

MILANO - Col tempismo perfetto di un attore che entra in scena al culmine della tragedia, Bossi riappare dal retropalco proprio mentre Maroni sta finendo di parlare. Il congresso dovrebbe finire lì, con l’ovazione al neo segretario, la farsa del voto al candidato unico, gli abbracci di chi sul carro già ci stava e di chi ci sale all’ultimo. Ma Bossi detta il suo tempo, si avvicina lento al palco, sale con passo incerto mentre Bobo conclude. «Dico ancora due cose». Si prende l’ultima parola che non gli spetta. Gregario non è mai stato, non può esserlo ora.
Il re Salomone aveva un figlio, il figlio si chiamava Lega Nord, due donne ne rivendicavano la maternità, il re Salomone minacciò di spartire il bimbo fra le pretendenti. Queste sono le cose che ha da dire il vecchio Capo prima di mimare il gesto del re che alza la spada per tagliare in due l’infante conteso. E prima di soccombere a un pianto straziante, disperato: «Piuttosto di veder morire quel bambino, il mio bambino, ho detto di affidarlo a lui. Questo ho fatto, anche se qualcuno di voi non lo ha ancora capito».
Ecco, adesso i piani dei nuovi vincitori sono saltati. Adesso il Forum di Assago scandisce il nome di Bossi dopo averlo (anche) fischiato un’ora prima. Si arrossano gli occhi dei più cinici, di quelli che non lo volevano più di torno, di quelli che invocavano la cacciata sua e della sua Family. Adesso saetta nella mente di qualcuno che Bobo Maroni sia, in fondo, colpevole di parricidio. Certo, un parricidio inevitabile, necessario se si voleva salvare il salvabile. Ma c’è un uomo di settant’anni, infermo, che piange in modo incontenibile perché gli hanno portato via la creatura. E la ragione non ha voce in capitolo.
Quella del vecchio Umberto è una resa. E se fino a questo pianto si poteva ipotizzare l’esistenza di una sua segreta possibilità di rivalsa, ora la consapevolezza della fine è evidente: «Piuttosto di vedere morire il bambino, io dico di affidarlo a lui». Ma ha resistito fino alla fine, ha provato in ogni modo ad arginare la presa di potere dei nuovi vincenti, a ridimensionare l’annunciata vittoria di Maroni. Non aveva messo in conto che i suoi eredi fossero capaci della stessa spietata durezza con cui lui per trent’anni ha condotto il partito.
Avevano detto a Bossi di parlare alle 10 del mattino, prima di Cota e di Zaia, prima di Gibelli e Calderoli, gente cresciuta sulle sue ginocchia. All’affronto aveva risposto presentandosi un’ora e mezza dopo. Ed eccolo, alle 11.30, per la prima volta al microfono, di verde vestito. Parla ancora da padrone, a petto in fuori, sfidando i mugugni, menando fendenti a chi (Tosi) «usava le scope per fare pulizia e dovrebbe esser prudente perché le scope potrebbero spazzar via anche lui» e a chi (Maroni) non ha messo il partito sul chi va là «pur sapendo che Belsito aveva contatti con la ’ndrangheta».
Negli ultimi mesi non s’era mai visto un Bossi così aggressivo: «Zaia, vieni avanti che stai sempre dietro e cominci a preoccuparmi». Non lo si era mai sentito insinuare l’esistenza «di imbrogli» ai suoi danni. E non si era mai spinto a ipotizzare una scissione come fa ora sostenendo che «per fare una nuova Lega non ci vuole niente, gli uomini già ci sono». Ma non s’era neppure mai visto nessuno rispondergli a muso duro come adesso fa Luca Zaia, presidente del congresso e freddo sicario del nuovo corso: «Umberto, non c’è nessun imbroglio. Il nuovo Statuto è stato votato all’unanimità».
Come dire che indietro non si torna, come dire che Bossi ormai è il passato. E allora lui se ne va, abbandona il palco con una specie di vaffa, si rintana nel retropalco assieme un manipolo di fedelissimi, Leoni, Castelli, Alessandri, Gobbo, la Goisis. Furioso, ma non ancora sconfitto. E testardo tanto da imbastire una trattativa dell’ultima ora, mandando i propri ambasciatori a parlamentare in platea coi colonnelli di Maroni nel tentativo di strappare più poteri per sé e un salvacondotto per i suoi protetti, terrorizzati dalla possibilità di una pulizia etnica.
Rivendica il diritto di indicare il 20 per cento dei candidati al Parlamento e ai Consigli regionali: «Mi era stato promesso». Chiede maggiore libertà di azione per il Presidente. Ma gli ambasciatori tornano a mani vuote. Calderoli ha detto no, Manuela Dal Lago ha detto no. Maroni si rifiuta di raggiungerlo nella stanzetta perché fra un po’ viene il suo turno, sta per essere nominato segretario, non ha tempo per inutili distrazioni. Chi gli sta intorno lo sprona. «Torna dentro» gli dicono «insisti, le gente ti viene dietro, non tutto è perduto».
Sono proprio le suppliche di chi gli sta vicino a fargli capire che è il tempo di abdicare. Loro vogliono la guerra per non morire. Lui vorrebbe la pace per non far morire la Lega: «Quando ho capito che stava per nascere una corrente non mi sono preoccupato per il partito, ma per il nostro sogno che rischiava essere cancellato dai desideri della gente, il sogno della libertà della padania». Non che creda alla padania, però è un simbolo e i simboli - sostiene - sono importanti se ben usati.
«Io sono un simbolo» dice. Ma adesso si sente umiliato, destinato ad ammuffire sotto una teca di cristallo. E sente anche, però, che non c’è più tempo, non c’è più modo per cambiare il corso delle cose. A quel punto decide di tornar dentro mentre Maroni va incontro al trionfo. Va a parlare di Salomone, delle due madri, del figlio conteso. Va a mettere la parola fine a un regno che ha cominciato a scricchiolare proprio per colpa di un figlio che oggi non è neppure qui, non è neppure al suo fianco. Dicono che il Trota sia in Marocco per le vacanze.

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