ROMA Cinquantacinquemila lasciapassare in più, oltre ai 65 mila salvati con il precedente controverso decreto. Il nodo degli esodati confluisce nel pacchetto spending review, sotto forma di un articolo - ancora non definitivo - che amplia la platea dei beneficiari facendovi rientrare anche i lavoratori in mobilità che allo scorso 4 dicembre non avevano ancora cessato l’attività lavorativa, e aggiungendo dodici mesi di tempo per coloro hanno seguito la strada dei contributi volontari oppure che hanno lasciato il lavoro in base ad accordi individuali o collettivi.
Le risorse finanziarie necessarie dovrebbero risultare inferiori a quelle stanziate originariamente stanziate con il decreto salva-Italia, per il primo contingente di lavoratori, che erano pari poco più di cinque miliardi dal 2013 al 2019.
Il nuovo intervento riprende la questione dal punto in cui era stata lasciata sospesa con il decreto ministeriale approvato a inizio giugno, che a sua volta applicava le disposizioni del decreto «salva-Italia» e del successivo «milleproroghe». La stessa Elsa Fornero, ministro del Lavoro, aveva annunciato che altre 55 mila persone sarebbero state in qualche modo tutelate, pur senza specificare le modalità.
Ora il nuovo testo precisa proprio le caratteristiche dei lavoratori interessati; una volta approvata la legge servirà comunque un altro decreto attuativo, da emanare entro sessanta giorni, per dare applicazione ai nuovi criteri. In ogni caso poi toccherà sempre all’Inps monitorare le domande degli interessati, fino al raggiungimento di quota 55 mila: gli altri resteranno fuori.
Il problema è sempre quello esploso con la definizione della drastica riforma previdenziale che di fatto ha cancellato la pensione di anzianità, limitando la possibilità di uscita anticipata rispetto al momento del trattamento di vecchiaia. Lo spostamento in avanti dei requisiti per la pensione, anche di 5-6 anni nei casi più estremi, fa sì che molti lavoratori potranno ritrovarsi senza stipendio (perché hanno lasciato il lavoro) ma anche senza assegno pensionistico (perché ancora non hanno maturato il diritto).
Di qui la necessità di salvaguardare questi soggetti, permettendo almeno ad una parte di loro di accedere alla pensione con le regole in vigore fino al 2011. Con il primo decreto il numero dei tutelati veniva fissato in 65 mila; l’Inps però aveva individuato una platea di 330 mila persone potenzialmente interessate da questa situazione nei prossimi quattro anni.
Il nuovo provvedimento interviene in particolare su tre categorie di lavoratori. Nella prima ci sono coloro per i quali entro il 31 dicembre 2011 sono stati conclusi in sede governativa accordi che prevedono il ricorso ad ammortizzatori sociali, mobilità e mobilità lunga: con il primo decreto erano salvati quelli che avevano cessato l’attività entro il 4 dicembre 2011, ora questo vincolo cade e - in aggiunta - potranno usare le vecchie regole previdenziali anche i lavoratori che maturano i requisiti entro il periodo in cui ricevono l’indennità.
Per quanto riguarda invece coloro che avendo lasciato il lavoro sono stati autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione, erano stati fin qui tutelati coloro che sarebbero andati in pensione con i requisiti ante-riforma entro due anni dall’entrata in vigore dal decreto salva-Italia (dicembre 2011): ora questo periodo viene allungato di altri dodici mesi.
Lo stesso avverrà per i lavoratori che avevano concluso accordi individuali oppure collettivi con le proprie aziende (categoria aggiunta in particolare con il «milleproroghe»); anche loro per rientrare nella precedente salvaguardia avrebbero dovuto accedere alla pensione in base alla norme preesistenti entro due anni dal dicembre 2011: ora potranno sperare nel salvataggio anche coloro per i quali la scadenza cade tra il ventiquattresimo e il trentaseiesimo mese.