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Data: 06/07/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Enti locali dimezzati, ok alle aree metropolitane. Entro venti giorni un decreto con le modalità operative

ROMA Forse è davvero la volta buona. Il piano di riduzione delle Province, che prevede sostanzialmente il loro dimezzamento, è rientrato a sorpresa nel provvedimento sulla spending review approvato in nottata, dopo essere uscito dalle bozze messe a punto nelle ore precedenti il Consiglio dei ministri.
I criteri di dettaglio, basati su elementi quali popolazione e superficie, dovranno essere definiti con un provvedimento successivo nei prossimi venti giorni, ma il taglio dovrebbe essere del 50 per cento circa. Contemporaneamente saranno istituiti nei dieci centri maggiori le città metropolitane (Roma, Milano, Torino, Venezia, Napoli, Genova, Firenze, Bologna, Bari, Reggio Calabria, mentre per quel che riguarda i Comuni l’obiettivo è favorire la loro unione, attraverso la messa in comune delle funzioni principali.
La decisione dell’esecutivo, se sarà attuata, pone fine una discussione che dura ormai da anni. A scadenze regolari si sveglia qualcuno pronto a sostenere che il loro mantenimento in vita è uno scandalo, una vergogna, un inaccettabile spreco. Subito si leva il coro di consenso e qualche volenteroso mette mano a una proposta che porrà fine allo scempio. Poi tutto rimane com’è. Anzi, gli «enti inutili» si moltiplicano. Vent’anni fa erano novantacinque, ora ce ne sono quindici in più.
Già i padri costituenti, nel 1946, misero all’ordine del giorno l’idea di cancellarle essendo giudicate un orpello ereditato dall’Italia ottocentesca dei Savoia. Sembrava che il futuro della Nazione dovesse svilupparsi sull’asse Comuni, Regioni, Stato. All’ultimo vennero aggiunte pure le Province, e contemporaneamente iniziò il dibattito tutt’ora vivo: servono a qualcosa? Quanto costano? C’è chi sostiene che valgano circa 17 miliardi di euro l’anno, cancellandole se ne risparmierebbero 5 o 6. Ma c’è pure chi dice che la loro abolizione avrebbe invece costi salatissimi. Certamente la riduzione dei costi non potrebbe essere immediata, visto che la maggior parte della spesa è relativa ai dipendenti, che in ogni caso dovrebbero essere ricollocati.
Ogni volta che in Parlamento si è riunita una qualche Commissione incaricata di studiare riforme all’assetto dello Stato la questione delle amministrazioni provinciali è stata affrontata. Ma ogni volta la proposta di interromperne l’esistenza per eutanasia è stata archiviata. Poi, a metà del decennio scorso, il tema della cosiddetta Casta e dei costi della politica ha guadagnato di prepotenza i primi posti dell’agenda politica e da quel momento in poi è stato un susseguirsi di proposte, promesse e annunci. Sempre senza esito, almeno finora.
Per le elezioni del 2008 sia il centrodestra che il centrosinistra si erano dilungati sui benefici e sull’urgenza di tagliare questi «costosissimi enti intermedi». Berlusconi ne fece pure un personale cavallo di battaglia anche se a ben guardare nel programma del centrodestra era previsto soltanto il taglio delle Province «inutili». Cioè nessuna poiché è noto che i candidati alla ghigliottina sono in grado di sfoderare mille ragioni per dimostrare la loro irrinunciabile utilità.
Tremonti nel 2010 presentò un disegno di legge che avrebbe avuto l’effetto di eliminarne dieci. Poca cosa, certo, ma pur sempre un inizio. Pareva cosa fatta, il Cavaliere e il Superministro diedero l’annuncio con squillo di trombe. Poi intervenne Bossi: «I bergamaschi fan la guerra civile se gli tagliate la Provincia». In verità l’amministrazione orobica non era fra le candidate al decesso, ma l’ammonimento bastò per archiviare repentinamente la legge e Fini trovò un ulteriore argomento per attaccare il Cavaliere: «Al primo urlo leghista hai fatto dietrofront».
Un’estate fa fu l’Idv a provare il blitz con un disegno di legge votato alla Camera. Se fosse passato in pochi mesi non ne sarebbe esistita nemmeno una. Con la scusa che non bisogna mai fare le cose in fretta la Lega e il Pdl votarono contro, il Pd si astenne: disegno di legge kappaò. In quella stessa occasione, tuttavia, la Commissione Affari Costituzionali si assunse l’onere e l’onore di affrontare la questione per giungere al più presto a un dunque. Ad oggi le riunioni della Commissione sul tema sono ventiquattro, risultati ottenuti zero.
Anche Calderoli a settembre annunciò il suo colpo di spada alle Province, ma era un bluff. E poi arrivò il governo Monti e anche i più scettici pensarono per qualche settimana che fosse arrivata la volta buona. Nel severissimo decreto Salva Italia, del resto, la norma era messa nero su bianco. Stop alle Amministrazioni Provinciali entro il 2015, trasferimento delle competenze a Regioni e Comuni, drastica riduzione dei Consigli: dieci membri soltanto, eletti dall’insieme dei Comuni e non più attraverso dispendiose elezioni. «Ci siamo, ci siamo» dissero i più. In extremis però la cosa venne ridimensionata fino a rinviarne l’attuazione a data da destinarsi. Fra lo scandalo generale, e i sospiri di sollievo di chi ancora una volta aveva salvato il posto. Ieri notte la nuova svolta, ancora da verificare.

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