ROMA La Campania è messa meglio di altre regioni. Di ospedali con meno di 80 posti letto ne ha solo 17 contro i 26 del Lazio che vanta anche due aziende ospedaliere da 61 letti, quelle del complesso ospedaliero San Filippo Neri. Per ora sono salvi insieme all’ospedale di circolo Serbelloni-Gorgonzola in Lombardia e ad un esercito di 399 piccoli ospedali (il 33% di tutte le strutture pubbliche in Italia) con meno di 120 posti letto. Ma solo per ora perché il decreto sulla spending review non ha stabilito soglie obbligatorie per la chiusura ma ha indicato parametri inflessibili da attuare entro il 30 novembre: non più di 3,7 posti letto ogni mille abitanti. Incluse riabilitazioni e lungodegenze.
La riorganizzazione, dice ancora il decreto, dovrà avvenire adeguando le dotazioni organiche dei presidi ospedalieri pubblici e, soprattutto, tenendo conto di un tasso di ospedalizzazione di 160 per mille abitanti, inclusi i day hospital. Inoltre il 40% delle riduzioni è a carico degli ospedali pubblici «attraverso la soppressione di unità operative complesse». In altre parole, anche se i piccoli ospedali (sotto i 120 posti letto) non dovranno obbligatoriamente chiudere, la strada per le Regioni è tracciata: non basterà eliminare un posto qui, un altro là. Occorrerà concentrarli in strutture significative.
E naturalmente è scattata la corsa ai calcoli per capire chi taglierà e quanto e dove. Ma non si tratta, come si è visto, di operazioni semplici. Quindi al momento si può solo parlare di elaborazioni. Alcune indicano in media un 10% (sui 171.125 complessivi in Italia) ma il conto potrebbe anche salire. Secondo la Cgil «rischiano di saltare 1000 reparti ospedalieri». L’intento del decreto è di salvare le prestazioni spingendo verso una riorganizzazione che eviti le sovrapposizioni e sposti i ricoveri verso il day hospital e dal ricovero diurno all’assistenza ambulatoriale e domiciliare.
Ma non è solo sugli ospedali che si guarda per alleggerire la spesa. Alla fine il decreto ha alleggerito la dieta portando a 900 milioni la quota per il 2012 e a 1,8 miliardi ciascuno i risparmi per il 2013 e per il 2014. La metà, quest’anno, verrà dalla rinegoziazione delle forniture.
Confermati i tetti per la spesa farmaceutica: quella territoriale (nelle farmacie) scende dal 13,3 all’11,5%; quella ospedaliera sale invece dal 2,4 al 3,2%. Nel caso di sfondamento, il ripiano è totalmente a carico della filiera farmaceutica (aziende, grossisti, farmacisti) mentre per quella ospedaliera ricade sulle industrie farmaceutiche per il 50% (e non più il 35%) e per il resto sulle Regioni. Ancora, lo sconto dei farmacisti al Servizio sanitario nazionale sale dall’1,82 al 3,85% mentre per le industrie si passa dall’1,83 al 6,5%. Infine la spesa per le forniture di beni e servizi dovrà ridursi del 5%. Nel caso dei dispositivi medici dal 5% valido nel 2012 di passerà al 4,8% nel 2013.