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Pescara, 30/03/2026
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Data: 08/07/2012
Testata giornalistica: Il Tempo
L’Italia dei campanili difende le Province. I presidenti: «Siamo utili, non dannosi» Ma il Pdl sprona Monti: via anche le Regioni

Scoppia la rivolta dei presidenti delle Province. All’indomani del decreto che mette a rischio 61 amministrazioni nelle regioni «ordinarie» (per quelle delle regioni a statuto speciale, altre 14 a rischio, l’esecutivo si limiterà a una legge d’indirizzo) i massimi rappresentanti degli enti provinciali scendono in campo contro un provvedimento che mette a repentaglio poltrone ma, a sentir loro, anche «servizi fondamentali per i cittadini». «Siamo operosi e non inutili - attacca Matteo Ricci, presidente della Provincia di Pesaro e Urbino - però siamo nel mirino perchè non si capisce che il nostro ruolo, nelle piccole realtà che rappresentano la maggioranza dei casi in Italia, è assai diverso rispetto a ciò che accade nelle aree metropolitane». «La mia Provincia - racconta ancora Ricci - è stata in prima fila l’inverno scorso per far fronte all’emergenza del "terremoto bianco", di cui ancora non abbiamo avuto un solo euro di rimborso dei 700 milioni spesi, tant’è che a breve torneremo a Roma per manifestare, come abbiamo fatto il 21 marzo con il "Marche Day"». Una posizione in parte distante da quella dell’Unione delle Province Italiane, che ha in prima battuta riservato un plauso alla riorganizzazione decisa attraverso la spending review ma ha al tempo stesso criticato il taglio dei finanziamenti previsto per i prossimi anni: 500 milioni di euro nel 2012 e un miliardo nel 2013. «Ho 24 anni di storia amministrativa alle spalle e uno splendido rapporto col territorio», spiega Angelo Vaccarezza, presidente della Provincia di Savona. «Frutto - continua - dei mille eventi a cui partecipo ogni anno sul territorio. Solo quest’anno però mi taglieranno 3,5 milioni di euro e mi chiedo se a settembre riusciremo a riaprire le scuole, se a novembre ce la faremo a garantire la sicurezza sulle strade e se a dicembre, con la neve e il ghiaccio, riusciremo a mantenere la viabilità. E se così non fosse rimetterò il mio mandato». «Se dico no alla soppressione - attacca il presidente della Provincia di Pescara, Guerino Testa - è perché non credo possa essere cancellata l’identità di questo territorio, che è attivo, vitale, dinamico, economicamente più vivace delle altre province abruzzesi. Si è sempre detto che Pescara è il vero capoluogo di questa regione, non si può neppure ipotizzare di spazzarci via senza prima procedere a un approfondimento serio». C’è chi, come il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, minaccia addirittura sommosse popolari pur di non perdere il proprio presidio amministrativo: «Eviteremo questo scempio e ci prepariamo nelle prossime ore alla più ampia mobilitazione». Ben spalleggiato anche da un illustre conterraneo, Clemente Mastella: «Se l’obiettivo è quello del risparmio, mi spieghino: conviene tagliare una Provincia piccola che costa meno o una grande che costa di più? Mi rispondano i professori della Bocconi». «O si tagliano tutte le Province o non se ne taglia nessuna perché lasciarne qualcuna è fuori da ogni logicità», tuona l’ex ministro della Giustizia. Una posizione condivisa anche dal presidente della Provincia di Lecce: «Il problema vero non è quello degli accorpamenti sui quali non ci sono ancora certezze - spiega Antonio Gabellone - ma decidere se le Province sono utili, e quindi devono restare, oppure se non sono inutili e quindi vanno soppresse. In quel caso si cambi la Costituzione senza dannosi accorpamenti». Se da un lato Zingaretti si dice pronto a sacrificare la Provincia di Roma «solo in caso di nascita della Città metropolitana», dall’altro il mondo politico nazionale stenta a solidarizzare con un ente tra i più invisi al sempre più numeroso popolo anticasta. Anzi, dal Pdl arrivano esortazioni a Monti a non fare retromarcia e ad andare addirittura oltre con la scure sugli enti locali. L’ex ministro Claudio Scajola, che vedrà «tagliata» la sua Imperia, non ha dubbi: «Troppi ospedali, troppi tribunali, troppi particolarismi non ci porteranno fuori dalle secche. Sono necessarie scelte difficili non più rinviabili», dice. E per snellire ancora di più la macchina amministrativa, Scajola azzarda: «Ho sempre ritenuto che in Italia fossero troppe venti regioni, auspicando una riforma che le riducesse sullo standard europeo a otto/dieci». D’accordo il coordinatore lombardo Mario Mantovani, che però avvisa: «Mi aspetto che il governo favorisca un percorso aggregativo rispettoso delle scelte democratiche e dell’autonomia delle popolazioni interessate, evitando di fare come gli inglesi ai tempi del colonialismo in Africa, quando i confini venivano tracciati con il righello».

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