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Data: 10/07/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Posto a rischio o mobilità forzata?» gli statali e i rebus della spending review

ROMA – Contano i giorni che li separano dal compleanno. Li ricontano. Compulsano antiche buste paga, esoteriche tabelle, massicce raccolte giurisprudenziali. Soppesano i pro e i contro del pensionamento, della mobilità, della permanenza al lavoro; concludendo, sconsolati, che in tutti i casi i danni sovrastano irrimediabilmente i benefici. Nei discorsi alla mensa o con i vicini di scrivania ignorano Balotelli, lo spread e l'ultimissimo anticiclone dal nome demoniaco. Per concentrarsi su un'unica domanda ad alto contenuto esistenziale: che fine faccio, io?
E' fatta di grandi numeri, la «spending review»: ventiquattromila esuberi di qua, seimila pensionabili di là, diciottomila candidati alla mobilità chissà dove. Ma a comporre quelle cifre è una montagna di storie e di paure individuali. Di bilanci da far quadrare, di famiglie da trasferire da un capo all'altro del Paese, di mutui, di genitori anziani da assistere, di figli con lavori precari che hanno bisogno d'aiuto. Di persone, impiegati pubblici, a cui una virgola del decreto può cambiare la vita.
Come Patrizia De Bari, romana, funzionario dell'Inps di qualifica C4, tre figli fra i 23 e i 38 anni. Con 58 anni d'età e quasi 42 di contributi, il pensionamento incombe su di lei. «Penso di poter dare ancora molto, ma in un momento come questo so di dover chinare la testa. Anzi, mi rendo conto di dovermi considerare fortunata».
Nel suo ufficio gli ultimi anni, racconta De Bari, sono stati segnati dalla paura: «Magari cambiano le regole un mese prima di andar via, magari vado in pensione a cent'anni, magari la liquidazione me la danno in Bot». Ma soprattutto dall'incertezza: «Fra noi, ormai, il dubbio è una specie di malattia professionale. C'è chi teme le giornate vuote di colpo, chi il rischio che cambi tutto un'altra volta. Le colleghe somatizzano nei modi più diversi. A me è venuta un po' di gastrite; e forse il modo per impedire che si trasformi in ulcera è lasciare spenta la tv». Paura, anche lei? E di che cosa? «Con due nipoti e un altro in arrivo, non mi annoierei di sicuro. Però mi piacerebbe restare, tornare in ufficio tutte le mattine, parlare con la gente, ricevere stimoli».
Come tanti, molti più di quanto si pensi, Patrizia si dedicherà al volontariato. «Seguirò dei corsi, poi lavorerò negli ospedali. Metterò a disposizione la mia esperienza di archivi e di computer. E' un modo per continuare a sentirsi utili, per non pesare sulla società». E i soldi? «Avrò 1.900 euro, due o trecento in meno di quel che guadagno adesso. Giusto quanto spendevo per aiutare i ragazzi. Ora dovranno far da soli, mi dispiace per loro. E mi dispiace che il mio passo indietro non serva a far fare un passo avanti a loro, o a nessun altro».
Il fantasma di Antonio Cimino, invece, si chiama mobilità. Cimino, napoletano del Vomero Alto, due figlie, 56 anni, da 32 nei ruoli del ministero della Pubblica istruzione, è funzionario coordinatore alla direzione scolastica regionale della Campania. Uno di quegli uffici «gonfiati artificiosamente, e non per colpa nostra» le cui competenze dovrebbero passare alla regioni, ma il personale no. Troppo giovane per andare in pensione, la sua prospettiva è la mobilità. Cioè il trasferimento in qualche altra regione, oppure due anni a casa all'80 per cento di stipendio, seguiti dal licenziamento.
«Io, è chiaro, andrei dappertutto. Certo, sarebbe una vita ben poco confortevole, con 1.600 euro di stipendio, e un mutuo di 700 per una casa che chissà se vale ancora quanto l'ho pagata. Ma tanto ho già rinunciato a quasi tutto: niente più tennis una volta la settimana, niente più cinema del venerdì e pizza del sabato. Il problema sarebbe continuare ad aiutare la mia figlia più grande, quella sposata. Lei insegna, suo marito ha in tasca una laurea in economia, ma ha trovato lavoro solo in un Caf, a 5-600 euro al mese. Mi sa che dovrebbero trasferirsi anche loro: al nord, se non altro, nelle graduatorie della scuola è un po' più facile trovar posto. Non ne parliamo spesso, ma ci pensiamo tutti i giorni. Eppure, dobbiamo considerarci fortunati: il privato chiude e basta, con lo Stato almeno puoi discutere. E sperare in una soluzione che sia anche politica, non puramente contabile».

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