Sono ormai vent'anni che Silvio Berlusconi è presente sulla scena politica del paese. Le sue prime dichiarazioni politiche e le prime riunioni riservate da lui organizzate in vista di una discesa in campo risalgono proprio alla seconda metà del 1992, mentre la costituzione, con atto notarile, di una «associazione per il buon governo» denominata Forza Italia avvenne a Milano nel giugno 1993. Tra i presenti vi erano personalità del mondo liberale come Antonio Martino, Giuliano Urbani, Gian Franco Ciaurro. Si avvicinavano le elezioni del 1994 e la poderosa macchina da guerra messa in piedi dagli ex comunisti e più in generale dalle sinistre sembrava avviata a una marcia inarrestabile. Berlusconi riuscì a bloccarla, a vincere le elezioni e a mettere in piedi un governo, che ebbe breve vita e fu sostituito per un «ribaltone» avallato dall'allora capo dello Stato. Passarono gli anni e nel 2000 Forza Italia si trasformò in un nuovo movimento chiamato Casa delle Libertà, che avrebbe trionfato nelle elezioni dell'anno successivo e avrebbe portato il suo leader, Berlusconi appunto, al governo per una legislatura. Poi ci furono la sconfitta nelle elezioni del 2006 e la trasformazione, nel 2007, ancora una volta, del movimento berlusconiano in un nuovo soggetto politico, il Popolo della Libertà, che avrebbe vinto, anzi stravinto, le elezioni nel 2008 e portato per l'ultima volta al governo il Cavaliere. Ho ricordato queste fasi perché in esse c'è un tratto comune che merita di essere sottolineato. Prima di ogni vittoria elettorale, il movimento politico guidato da Berlusconi si è presentato come una novità: si è trasformato, è stato rifondato, ha cambiato persino nome. Può darsi che si tratti di coincidenze, ma non è da escludere che Berlusconi, lasciando trapelare la sua intenzione di ricandidarsi a premier e il suo proposito di cambiare nome ancora una volta al suo partito, sia convinto di poter uscire nuovamente vincitore dalla nuova e difficile competizione elettorale del 2013. Il disegno di Berlusconi si fonda sulla presunzione, forse, che la storia tenda a ripetersi. Ma è una presunzione errata perché essa - così come, malgrado l'antico adagio, non è affatto magistra vitae - non si ripete neppure mai. Le grandi concezioni cicliche della storia - a cominciare da quella vichiana dei corsi e ricorsi per finire con quelle mitiche sull'eterno ritorno - appartengono al campo della speculazione filosofica o del divertissement intellettuale, non hanno nulla a che spartire con la realtà dei fatti. Al più la storia ha un andamento ondulatorio (lo mise bene in luce il grande sociologo Vilfredo Pareto con la sua teoria sulla circolazione delle élites) caratterizzato da una alternanza di fasi diverse guidate, spesso, da uomini e da idee diverse. Che Berlusconi pensi di poter ripetere il miracolo del 1994, del 2001 e del 2008 cambiando soltanto nome al suo movimento, come fece in tutte quelle occasioni, è legittimo, ma illusorio. Anche perché molte cose sono cambiate in questi vent'anni. Soprattutto è cambiata la natura stessa del movimento berlusconiano che, con l'andar del tempo, ha perduto l'originaria coloritura liberale e liberista (chi non ricorda l'utopistica ma affascinante e suggestiva proposta iniziale di creare un «partito liberale di massa»?) per acquistare connotati sempre più socialisti. E basterebbe, a confermare l'assunto, guardare la progressiva emarginazione, fino alla totale scomparsa nell'ultimo governo Berlusconi, di personalità provenienti dal mondo liberale. E che dire, poi, del fallimento di queste esperienze di governo? Le grandi riforme strutturali, che erano state un cavallo di battaglia del movimento di Berlusconi in tutte le sue incarnazioni e la cui speranza di realizzazione aveva portato livelli di consenso mai raggiunti prima, sono rimaste, durante i governi del centrodestra, soltanto sulla carta, travolte da veti incrociati e da interessi corporativi. E, per ironia della sorte e quasi per paradosso, un minimo di riforme le sta realizzando - piaccia o non piaccia - proprio quel governo dei tecnici che ai veri liberali, a coloro che hanno letto Einaudi e Croce, non dovrebbe piacere. Berlusconi ha interpretato un grande ruolo in un momento storico particolare. E ha avuto un merito che non si può non riconoscere evitando che il paese finisse nelle mani degli eredi del comunismo in un'epoca nella quale, altrove, i regimi fondati sul socialismo reale venivano spazzati via dalla storia. Ha, pure, Berlusconi, suggerito al mondo produttivo del paese, ai ceti medi, ai liberali, ai senza partito, ai cittadini qualunque la necessità di uno scatto d'orgoglio che li portasse ad essere protagonisti della vita politica ed economica. Ma, riconosciuti i meriti, Berlusconi porta sulle sue spalle il peso di un fallimento politico, il fallimento politico del centrodestra: un fallimento la cui gravità è accresciuta da una perdita di credibilità nei confronti di tutto un ceto politico presentatosi e percepito come elemento moralizzatore e rinnovatore. L'intenzione di Berlusconi di scendere nuovamente nella mischia, di cambiare il nome al suo partito e recuperare, magari, i contenuti liberali delle origini, quelli di Forza Italia, è velleitaria e difficilmente consentirà al centrodestra di poter risalire la china. Anche perché la più evidente, e immediata, delle conseguenze della ridiscesa in campo del Cavaliere sarebbe il freno a certi segnali di rinnovamento, come per esempio l'introduzione delle primarie per la scelta del candidato premier, che erano timidamente apparsi nell'universo del centrodestra. La verità è che c'è un tempo per ogni stagione. E il tempo di Berlusconi, durato un ventennio o giù di lì, è ormai scaduto. Il che non significa affatto che non se debbano riconoscere i lati positivi e, soprattutto, il ruolo di padre nobile del centrodestra.