ROMA - «Sarà lo stesso Berlusconi a ufficializzare la propria candidatura», dice Fabrizio Cicchitto al termine del vertice del Pdl a palazzo Grazioli che ha avuto al suo centro la sesta discesa in campo del padrone di casa per la poltrona di palazzo Chigi. Il capogruppo azzurro conferma, di fatto, il ritorno del Cavaliere in vista delle politiche del 2013, anche se in proposito restavano pochi dubbi. «Tutti nel Pdl sono d’accordo», precisa Cicchitto, osservando che assieme all’implicito tramonto della candidatura di Alfano viene spazzato via uno dei passaggi necessari a costruire la leadership di quello che era sembrato essere il delfino del Cavaliere: le primarie. «Nel momento in cui c’è Berlusconi il problema non si pone», chiosa il capogruppo, ritenuto - fino alla clamorosa rentrée del fondatore - uno dei paladini del ricambio di leadership all’interno del partito. E sull’allineamento del Pdl alla svolta voluta da Berlusconi arriva la conferma del presidente del Senato: «C’è una piena condivisione - dice Schifani - degli esponenti più autorevoli del partito ed evidentemente della base elettorale».
La nuova linea viene sposata in pieno anche da chi, forse, non ha contribuito più che tanto a costruirla, come Angelino Alfano, che riconosce a Berlusconi di essere «ancora oggi il più forte candidato del Pdl». Il segretario, che prevede di restare alla guida del partito, si smarca anche rispetto alla possibilità di un ticket elettorale con il Cavaliere: «Silvio non ha bisogno di accompagnatori per vincere» e suggerisce, casomai, una candidata vicepremier donna. Ad avere qualcosa da ridire sulla situazione del Pdl è però Gianni Alemanno che, affettando perplessità, dice, «Berlusconi candidato premier? Avrei preferito fosse Alfano. Io ero rimasto all’indizione delle primarie. Credo che su questo punto - afferma il sindaco di Roma - occorra una verifica interna. Ho chisto a Berlusconi un faccia a faccia». Ma, al contrario di Alemanno, nel Pdl ci sono gli iper-entusiasti come l’ex ministro Galan, che parla di «giorni straordinari della politica», di «sogni che si confondono con la realtà», paragonando il godimento che gli procura la nuova discesa di Berlusconi in campo ad «un orgasmo», anzi meglio, perché «dura di più, moltissimo».
Non sembrano in preda alle stesse pulsioni gli esponenti degli altri partiti. Gelido Pier Ferdinando Casini: «Il ritorno di Berlusconi? E’ un problema loro, non mio». Sarcastico Gianfranco Fini osserva che, «dopo anni di solenni promesse disattese, gli italiani non credono più ai miracoli. Il risultato non sarà quello che Berlusconi si aspetta». Per Walter Veltroni, Berlusconi «ha già fatto molto male al Paese. Un’ennesima campagna elettorale giocata come un referendum su di lui sarebbe una follia, tragica e grottesca». Simile il giudizio di Nichi Vendola: «Il ritorno di Berlusconi in politica è un messaggio particolarmente nefasto per la nostra società. Ci toccherà di liberarci del modello culturale e sociale del berlusconismo che ha avvelenato il nostro Paese per un ventennio». «A volte ritornano», è la citazione da antologia horror del capogruppo Idv al Senato, Felice Belisario, per il quale il Cavaliere «ritorna sempre sul luogo del delitto, perché ha troppi interessi personali in gioco per poter andare in pensione». Secondo il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, il ritorno di Berlusconi rappresenta «un triplice danno: l’Italia perderà credibilità, il centrodestra resterà diviso, il porcellum non morirà». Poco teneri anche i più recenti alleati del Cavaliere: gli uomini della Lega che, incuranti di un eventuale ripresa di un cammino comune, snobbano la mossa del signore di Arcore: «Ho altre questioni di cui occuparmi ora», dice Roberto Maroni, mentre il suo stretto collaboratore Matteo Salvini osserva che «Berlusconi ha già dato. Si occupi del suo Milan, perché ha ormai l’età per dedicarsi ad altro e non più alla politica».