ROMA - Silvio Berlusconi annuncia l’addio al Pdl e torna all’antico. «Il partito si chiamerà di nuovo Forza Italia», ha detto in una intervista alla Bild. L'ex premier, secondo quanto dichiarato al giornale tedesco, si considera una «vittima dei magistrati di sinistra» nel caso del cosiddetto bunga bunga, per il quale «ho pagato più di 428 milioni di euro per avvocati e consulenze giuridiche». E non manca il fronte politico-economico nelle dichiarazioni del Cavaliere, che ha criticato la «eccessiva politica di risparmio» di Angela Merkel e la «supremazia tedesca in Europa». E oggi l’appuntamento rigorosamente a porte chiuse è a villa Gernetto, neonata università «del pensiero liberale», come l’ha battezzata il padrone di casa, Berlusconi. Appuntamento non con i vertici del Pdl, però, ma con un brain trust di economisti italiani e stranieri, coordinati da Antonio Martino, per una discussione alta che getti le basi del futuro programma economico della ridiscesa in campo del Cavaliere.
Intanto si incarica Angelino Alfano di smentire qualsiasi polemica o asperità interna. Intorno a Berlusconi «non esiste alcun cerchio magico», ma la consigliera regionale Nicole Minetti (protagonista di alcune delle più discusse «cene eleganti» di Arcore) «si deve dimettere». La candidatura di Berlusconi «sarà impiantata su qualcosa di molto solido». Infine: «Credo nell’Euro, anche se ha creato problemi enormi». E, soprattutto, «tra l’ambizione e la riconoscenza, metto prima la riconoscenza». E’ un Alfano a tutto campo quello ospite degli studi di Sky Tg 24 per l’intervista domenicale di Maria Latella, ma anche un segretario del Pdl che cerca di difendere la ditta dagli attacchi di quelli che Gasparri e Cicchitto hanno bollato come «improbabili consiglieri del Principe».
Alfano punta a legare i destini di Berlusconi a quelli del Pdl per stoppare chi vorrebbe scinderli e prova a rassicurare chi, sui giornali e nei corridoi, accusa il nuovo cerchio magico berlusconiano (Santanché, Biancofiore, Rossi, Ghisleri) di giocare allo sfascio. «Conosco le cose della Casa – ribatte Alfano – e non c’è alcun cerchio magico. La Rossi è una brava parlamentare e io la ricandiderei». Il segretario del Pdl difende la ri-discesa in campo dell’ex premier, assicura che «sarà impiantata su qualcosa di molto solido» (il Pdl, appunto) e che il Cavaliere «non è animato da ambizioni personali». «Nessun rimpianto né dispiacere» personale, assicura ancora Alfano (c’è chi assicura di averlo visto emotivamente molto provato, di fronte all’annuncio dell’ex premier) perché «tra l’ambizione e la riconoscenza metto questa al primo posto».
Liquidato il caso Minetti con una secca richiesta di immediate dimissioni e risolto il dubbio sulla fuoriuscita di Tremonti dal Pdl con un’altrettanto secca smentita («non mi risulta»), Alfano predilige concentrarsi sulla politica. «Il Pdl – spiega – punta a una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i parlamentari (le preferenze, ndr.) e, direttamente, il presidente della Repubblica», rilanciando l’idea di una manifestazione per il presidenzialismo. L’ultima stoccata di Alfano è per Renzi che lo accusa di aver rinunciato alle primarie: «Non sarà lui il candidato del Pd». Tutto bene, dunque, dentro il Pdl? Nient’affatto.
E’ bastato l’annuncio neppure ufficiale della ridiscesa in campo di Berlusconi per terremotare l’intero quadro. Un gruppo di consiglieri (tra cui la Santanché, Sgarbi, Volpe Pasini) appoggia il ritorno a Forza Italia. Ieri Osvaldo Napoli l’ha detto in chiaro. I colonnelli sono già in piena fibrillazione. Molti, sia nell’area che fa capo a Pisanu e Dini, ultra-montiani e moderati, sia in quella opposta di Gasparri, La Russa e Matteoli, anti-montiani e conservatori, vogliono muoversi. Specie se il nuovo sistema elettorale sarà proporzionale e con le preferenze, accanto alla tanto temuta, dai colonnelli, lista Silvio, potrebbero correre altre liste minori e un listone degli ex-An, capeggiato da Giorgia Meloni.