La Procura della Repubblica di Palermo aveva convocato Silvio Berlusconi per lunedì 16 luglio, ma l'ex presidente del Consiglio si è negato adducendo come scusa una riunione con un gruppo di economisti. Scopo della convocazione: interrogare il leader del Pdl come persona informata dei fatti, in pratica come testimone, nell'ambito dell'inchiesta sulle trattative Stato-Mafia che si sarebbero svolte all'inizio degli anni'90 per porre fine alle stragi organizzate da Cosa Nostra.
FINANZIAMENTI - E' quanto si apprende da fonti bene informate, secondo le quali i magistrati palermitani desidererebbero avere maggiori informazioni su alcuni prestiti infruttiferi fatti da Silvio Berlusconi a Marcello Dell'Utri, indagato nell'inchiesta perchè sospettato di essere stato nel 1994 il portavoce delle minacce mafiose nei confronti di Berlusconi in quel momento per la prima volta alla guida del governo. Sempre secondo quanto si è appreso, l'ex premier non si sarebbe presentato a Palermo invocando come «legittimo impedimento» una riunione con alcuni economisti e politici durante la quale si è discusso di euro, di crisi e di Europa. L'incontro a porte chiuse, promosso dall'ex ministro Antonio Martino, si è effettivamente svolto a villa Gernetto, una dimora settecentesca situata a Lesmo, in Brianza, ed è durato circa 8 ore.
L'INCHIESTA - L'inchiesta sulle trattative Stato-Mafia parte dal presupposto che Cosa Nostra a partire dal 1992, con l' omicidio dell' esponente democristiano Salvo Lima, si mise a fare pressioni sui vertici dello Stato per ottenere concessioni di varia natura. Secondo i pm di Palermo tali pressioni non trovarono rifiuti, tutt'altro: ci furono contatti tra il 1992 e il 1994. con «pubblici ufficiali ed esponenti politici di primo piano» disposti a concessioni pur di allentare la pressione della criminalità organizzata. In questo quadro andrebbero inseriti, sempre secondo l'ipotesi di accusa, l'attentato di via D'Amelio in cui furono uccisi Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta e le stragi dinamitarde di Firenze (maggio 1993, 5 morti) Roma (luglio 1993) e Milano (luglio 1993, 5 morti). Queste bombe furono proprio la feroce risposta dei corleonesi di Totò Riina all'inasprimento del carcere per i boss e alla trattativa che non andava avanti. Gli indagati, al termine dell'inchiesta durata 4 anni, sono 12, tra boss mafiosi, politici e rappresentanti delle istituzioni. E' nell'ambito di questa inchiesta che è scoppiato il clamoroso dissidio tra il Quirinale e la Procura di Palermo sulle intercettazioni del Capo dello Stato, per le quali Giorgio Napolitano ha chiesto alla Corte Costituzionale un parere sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.