ROMA - Pare che qualche deputato, a Montecitorio, l’abbia già ironicamente battezzata Operazione San Gennaro. Ma Dino Risi, Nino Manfredi e il celebre film sullo strampalato tentativo di rapina ai danni del tesoro caro ai napoletani non c’entrano nulla. Affondata lo scorso anno nel giro di un paio di giorni durante le discussioni sulla manovra correttiva agostana del governo Berlusconi, sembra tornare a galla con forza l’ipotesi di mettere le mani sulle festività per procedere ad una serie di accorpamenti.
In base a una legge scritta da Brunetta e Tremonti dopo quel tentativo andato a vuoto, infatti, le feste religiose (come Epifania, Pasqua, Assunta, Immacolata e Natale) non possono essere toccate perché tutelate dal Concordato con la Chiesa Cattolica. Ma quella stessa norma offre al governo, attraverso una delega, la possibilità di intervenire sulle festività patronali. E, tra le feste laiche, non sul 25 aprile ed il 2 giugno, però. Perché in forza di un emendamento di qualche mese fa voluto dal Pd, anche la Liberazione e la Festa della Repubblica sono indisponibili. Anche se il Pdl ha riprovato a rimettere in discussione le due date con un emendamento sulla spending review. Ma senza fortuna.
Il governo Monti sta studiando il dossier. Uno studio, messo a punto da una task force di tecnici ministeriali, potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri già dopodomani. Ma la sola ipotesi ha scatenato il caos in Parlamento. E non solo. A suscitare reazioni negative sono state soprattutto le parole di Gianfranco Polillo. Il sottosegretario al ministero dell’Economia ha infatti rivendicato la validità del progetto dicendosi «molto contento del fatto che il governo abbia iniziato a discutere questo argomento».
Una presa di posizione dettata da ragioni di rilancio dell’economia. «Le vie sono due – ha spiegato Polillo – possiamo ridurre i consumi, ma è un'opzione che tenderei ad escludere, oppure si può aumentare il potenziale produttivo. Non dobbiamo commettere l'errore degli anni Settanta con l'austerity, lì sono iniziati i problemi che ancora oggi non riusciamo a risolvere. Possiamo battere questa crisi con un piccolo impegno».
In base alle prime ipotesi, le feste patronali (non San Pietro e Paolo, protetta dal Concordato) potrebbero essere accorpate ad un venerdì, oppure ad un sabato o a una domenica. E tra le feste a rischio, secondo indiscrezioni, ci sarebbe anche Santo Stefano. Ancora non sono stati definiti i potenziali risparmi, anche se dai primi dati che trapelano i vantaggi, in termini di crescita del Pil, potrebbero risultare minimi. In attesa delle mosse ufficiali del governo, le parti sociali, ad una voce, si stringono a difesa del Primo Maggio. L'associazione partigiani, invece, si è subito fatta sentire per stendere un cordone di protezione sul 2 giugno.
Anche la Confesercenti è insorta: tagliare le festività – ha spiegato - significa mettere in ginocchio il settore turistico. Contraria anche la Cisl che ha definito la soluzione «un intervento dannoso e inconcludente ai fini della crescita perché la relazione tra meno ferie e maggiore produzione in un contesto di assenza di lavoro e di basso livello produttivo è una sciocchezza». Sulle barricate anche la Fiavet, la Federazione delle agenzie di viaggio aderente a Confcommercio.