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Pescara, 03/04/2026
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19/07/2012
Il Messaggero
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Alemanno: questi sono tagli lineari, così tasse più alte e meno servizi «Per le aziende pubbliche serve una privatizzazione graduale, il Pd sia responsabile» |
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Va bene risparmiare, «eliminando i veri sprechi, come i contratti troppo onerosi o gli affitti passivi». Ma la spending review, per i Comuni, «non può tradursi in un altro taglio lineare da 500 milioni, altrimenti si andranno a colpire i servizi essenziali per i cittadini».
Sindaco Alemanno, sta già quantificando il colpo?
«La strada è ancora lunga. Domani mi incontrerò con il commissario Bondi, che nei prossimi mesi applicherà a tutti i Comuni gli standard medi di spesa in maniera tale da individuare chi è parsimonioso e chi spreca. Questo è il modo con cui intende ripartire tra i Comuni il peso dei 500 milioni».
Il Comune di Roma come è messo in questo schema?
«Abbiamo fatto già grossi sforzi su questo fronte, a partire dalla centrale unica degli acquisti che abbatte notevolmente le spese».
Toccherà ridurle ancora.
«Come Roma Capitale e come Anci non siamo contrari alla riduzione delle spese. Io da venerdì metterò il nostro bilancio nelle mani di Bondi per individuare con la massima trasparenza ogni possibile spreco da tagliare. Però non posso tagliare un euro in più fuori da questi sprechi perché significherebbe cancellare servizi essenziali per i cittadini».
Dove si può intervenire?
«L’ideale sarebbe che ci venissero forniti gli strumenti adatti per tagliare contratti onerosi, gestire gli esuberi di personale in accordo con i sindacati, risparmiare su assicurazioni, affitti passivi. Insomma, che siano davvero sprechi quelli che vengono colpiti».
Altrimenti?
«Per Roma ci sarebbe un taglio lineare di 50 milioni. Saremmo costretti a tagliare i servizi o aumentare ulteriormente le tasse: due strade entrambe impercorribili per noi».
C’è poi il problema delle società strumentali.
«La situazione è critica. Allo stato ci sarebbero tre opzioni per le aziende in house toccate dal decreto: privatizzare, mettere a gara i servizi o internalizzarli. Senza però violare i tetti di organico, che significherebbe licenziare in massa i dipendenti di queste imprese. Parliamo peraltro di società che forniscono servizi indispensabili, che costerebbero di più se fossero gestiti direttamente dall’amministrazione».
Qualcosa si dovrà fare.
«Dobbiamo sicuramente aprirci al mercato. Ma con privatizzazioni e liberalizzazioni graduali, come quelle previsti da altre manovre per Acea, Atac e Ama. Però su questo punto vorrei un atto di responsabilità anche dal Pd».
Come?
«Non vorrei che avvenisse quello che stiamo vedendo in queste settimane per Acea. Su questo il Partito democratico ha votato, a livello nazionale, la legge che prevede la cessione delle quote azionarie. Poi, però, fa un ostruzionismo selvaggio nell’aula Giulio Cesare».
Ci sono pericoli anche per le fondazioni culturali?
«A una prima lettura del decreto temevamo che avremmo dovuto sospendere qualsiasi finanziamento anche per le lirico-sinfoniche, come il Teatro dell’Opera e Santa Cecilia. Poi una successiva interpretazione ha scongiurato questo pericolo».
Tutto risolto, allora?
«No, perché resta il divieto per le altre fondazioni, come Musica per Roma. Ma anche per le altre realtà culturali che vogliamo trasformare in fondazioni, come il Palaexpo o il Macro. Tutta la cultura italiana rischia di subire un duro colpo da questo provvedimento. È necessario quindi, su tutti questi temi, che vengano accolti gli emendamenti che l’Anci ha presentato al governo e a tutti i gruppi parlamentari».
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