MILANO Proprio ieri a Palermo è cominciato il processo d’appello bis nei confronti di Marcello Dell’Utri, imputato per concorso in associazione mafiosa, ripartito dal secondo grado dopo la sentenza di riforma della Cassazione. In aula la temperatura è torrida, tanto che l’udienza viene sospesa, e durante la pausa al senatore del Pdl viene comunicata la novità. E’ indagato dalla procura siciliana con l’accusa di estorsione nei confronti dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e della figlia Marina. Dell’Utri scuote la testa: «Figuriamoci, non ho mai ricattato nessuno. Tanto meno il mio amico Silvio».
E appunto «dall’amico Silvio» i magistrati vogliono sapere se il senatore si sia fato versare denaro in cambio del suo silenzio su presunti rapporti dell’ex premier con esponenti di Cosa Nostra, nell’ambito dell’inchiesta sulle trattative fra Stato e mafia che sarebbero state intessute all’inizio degli anni ’90 per porre fine alle stragi organizzate. L’avviso firmato dai pm coordinati dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia è stato notificato a Berlusconi il 9 luglio e lunedì scorso il Cavaliere avrebbe dovuto presentarsi davanti ai magistrati in veste di persona offesa. Ma l’audizione è andata a vuoto, poiché l’ex capo del governo si è avvalso del legittimo impedimento, ovvero il summit con economisti e politici organizzato a villa Gernetto. Testimonianza rinviata anche per Marina Berlusconi, che ha fatto sapere ai magistrati di essere all’estero. A questo punto è partita una seconda convocazione per mercoledì 25 luglio e di fronte a eventuali altri no la procura, che già nel 2002 si scontrò contro la decisione dell’ex presidente di non rispondere, non è intenzionata ad arrendersi. Anche a costo di chiedere alla Camera l’autorizzazione a disporre l’accompagnamento coatto. «Berlusconi non ha rifiutato di sottoporsi all’esame testimoniale - spiega Ingroia - ma ha fatto presente i propri impegni per il giorno fissato. Sono in corso contatti coni suoi legali per definire una nuova data». Padre e figlia si presenteranno? «Non dico nulla a riguardo, mi pare parli già parecchio la procura di Palermo», afferma Niccolò Ghedini, il legale dell’ex premier. «Trovo assolutamente impensabile che la citazione di testimoni, peraltro non ancora sentiti, arrivi alla stampa prima ancora che i testi stessi siano comparsi davanti ai magistrati». Il collega Piero Longo si limita a confermare la citazione del Cavaliere «come persona informata dei fatti e non come indagato». E attacca la procura siciliana definendola «un colabrodo: nulla di quello che si fa in maniera fisiologicamente naturale e riservata resta tale, ma tutto viene fuori». L’audizione di Silvio e Marina Berlusconi viene ritenuta dai pm un passaggio ineludibile dell’inchiesta, poiché l’analisi dei conti bancari del senatore porterebbe proprio alla famiglia di Arcore. I flussi finanziari su cui la Dda di Palermo sta svolgendo accertamenti riguardano in particolare i movimenti bancari degli ultimi dieci anni riferibili a Marcello Dell’Utri: si va da centinaia di migliaia di euro ai 7 milioni dell’11 marzo 2011. Ciò che i magistrati vogliono capire è il motivo per cui il fondatore di Publitalia avrebbe ricevuto soldi dall’ex premier e da conti riconducibili a Marina Berlusconi. L’ipotesi dell’accusa è che Dell’Utri abbia esercitato pressioni su Berlusconi minacciandolo di riferire quanto sapeva circa i sui rapporti con Cosa Nostra. Il fascicolo è stato aperto nei mesi scorsi a seguito della scoperta di prestiti infruttiferi tra l’ex premier e il senatore in concomitanza con l’udienza della Cassazione del 9 marzo 2012 sul processo per mafia a Dell’Utri, che nello stesso periodo vendette al Cavaliere la sua villa sul lago di Como per 20 milioni di euro. Un prezzo sopravvalutato - si chiedono i pm - per non rivelare di essere stato nel ’94 il portavoce delle minacce mafiose per ottenere concessioni da Berlusconi, al suo primo incarico come capo di governo?
Intanto la testimonianza di Berlusconi è stata richiesta anche nel processo d’appello a Dell’Utri. Il 25 luglio il giudice Raimondo Loforti deciderà se accogliere la richiesta del pg Luigi Patronaggio - cui i legali del senatore di sono opposti - e convocare il Cavaliere, ritenuto «vittima di Cosa nostra».
La rabbia del Cavaliere: agguato a freddo per logorarmi
Alfano oggi alla fiaccolata antimafia: solita paccottiglia contro FI
ROMA - «Mi hanno rimesso nel mirino. Non gli basta mai a questi magistrati. Gli si squaglia tra le mani un teorema contro di me e se ne inventano subito un altro. Mi vogliono logorare». Silvio Berlusconi è in preda all’ira. Descrive come un «agguato a freddo» la nuova tegola giudiziaria piovuta sul capo di Dell’Utri e sul suo. Chi ha parlato ieri telefonicamente con il Cavaliere dice di avere sentito dall’altra parte della cornetta un fiume in piena. L’ex premier pensava di poter vivere finalmente, dopo tante tempeste giudiziarie, una stagione di relativa bonaccia sul fronte delle inchieste. E invece, no. «Vogliono logorarmi. Mi vogliono fiaccare, anche fisicamente. Ma resisterò»: questo, insomma, l’umore berlusconiano. Nessuno riesce a togliergli dalla testa la convinzione che il suo nuovo impegno come leader della destra, e l’inizio anticipato della lunga stagione di campagna elettorale in vista del voto del 2013, siano stati la molla per attivare quella che lui chiama - ripescando la formula dal lessico di sempre - «giustizia a orologeria».
I maggiorenti del Pdl parlano tutti di un ritorno al passato e di «un film già visto». Angelino Alfano: «Il copione si ripete stancamente. Si avvicinano le urne e torna il desiderio di aprire la campagna elettorale per via giudiziaria. Ora il tema è la solita paccottiglia contro le origini di Forza Italia». E ancora: «Il governo Berlusconi è quello che ha fatto di più contro la mafia. Il resto è comizio, teorema, spettacolo poco serio. E’ il caso di dire basta». «In genere - aggiunge Gaetano Quagliariello - tra un cine-cocomero e l’altro i pm fanno passare almeno un anno. Ma evidentemente, la campagna elettorale è vicina e non c’è tempo da perdere». La prima contromossa politica all’«agguato a freddo» lamentato dal Cavaliere sta nella partecipazione del segretario del partito, Alfano, e di un’ampia delegazione del Pdl - La Russa, Alemanno, Meloni, Angelilli - alla fiaccolata di stasera a Palermo per ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della scorta a vent’anni dal loro omicidio. Alfano deporrà, come chiesto dal fratello del giudice ucciso, non una corona di fiori ma un grande tricolore in via D’Amelio.
Intanto anche il Pd parla di «un film già visto» e sarebbe quello nel quale - secondo l’opinione dei democrat - quelli del Pdl vedono complotti e congiure ogni volta di fronte a qualsiasi iniziativa giudiziaria che riguardi Berlusconi. Ma dal fronte azzurro il contrattacco continua. Osserva Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati del Pdl: «Questi nuovi veleni giudiziari rappresentano un rischio enorme non solo o non tanto per Berlusconi o per Dell’Utri, ma per il Paese in generale. Viene da chiedersi se la vera minaccia per l’Italia arrivi dallo spread o dal dottor Antonino Ingroia e se per caso le due cose non si tengano insieme».
Riecco anche il Tg4 che si mobilita come un tempo, anche se a curarlo non c’è più Emilio Fede. Il primo editoriale del direttore Giovanni Toti, ieri sera, ha avuto questo incipit: «Silvio Berlusconi. Un nome e un cognome in grado di risvegliare dal letargo cancellieri, pubblici ministeri, giudici, ufficiali di polizia giudiziaria. Soprattutto quando il soggetto Cavaliere si associa ad un proposito: quello di candidarsi».