Confcommercio: subito giù il prelievo per rilanciare la crescita
ROMA In Italia la pressione fiscale è alta, ed è cresciuta negli ultimi dodici anni a differenza di quanto avvenuto nella maggioranza dei Paesi occidentali. Misurata in rapporto al Pil depurato dell’economia sommersa, dunque in relazione all’insieme dei contribuenti che il proprio dovere lo fanno, si avvicina al 55 per cento.
Al peso di imposte e contributi si aggiunge poi quello degli adempimenti. Tutto ciò secondo Confcommercio contribuisce a spiegare, anche se certamente non giustifica, lo sconfinamento nel sommerso e l’evasione fiscale. La richiesta, ribadita ieri dal presidente Carlo Sangalli, è di una riduzione delle aliquote che permetta di rilanciare la crescita, e che sia decisa fin d’ora: concretamente il primo passo potrebbe essere il ripristino del fondo per il taglio delle tasse, da alimentare proprio con i proventi della lotta all’evasione, che era stato inserito in una versione preliminare della legge delega di riforma del fisco e poi cancellato.
La pressione fiscale, ossia il rapporto tra il totale degli oneri fiscali e contributivi e il prodotto interno lordo, dovrebbe raggiungere nel 2012 il 45,2 per cento. Un valore alto, ma ancora meno elevato di quello di Danimarca, Francia, Svezia e Belgio. Nel 2000 l’asticella era comunque da noi decisamente più in basso, sotto il 42 per cento: tra i grandi Paesi la stessa tendenza al rialzo c’è stata solo in Giappone e in misura minore in Francia.
Se invece si guarda all’incidenza di tasse e contributi sulla sola economia legale, allora il 54,8 per cento raggiunto dal nostro Paese ci pone a un livello ben più alto degli altri (Danimarca Francia e Svezia sono intorno al 48).
Per ogni contribuente poi c’è il carico reale pagato ogni anno in base al proprio reddito. Ne ha accennato anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, intervenuto alla presentazione dello studio, che ha ricordato come qualche imprenditore gli abbia detto di aver versato allo Stato anche il 70 per cento, includendo tutti i tipi di oneri.
Ma oltre al costo diretto delle imposte Confcommercio lamenta quello indiretto, in termini di tempo e quindi denaro speso dai contribuenti per ottemperare ai propri doveri. Il tempo occorrente, in un anno, per gli adempimenti sarebbe pari a 285 ore, più del doppio rispetto alla Francia. Misurati in euro, i costi amministrativi complessivi ammonterebbero a 2,7 miliardi.
Ai dati dello studio ed alle richieste espresse da Sangalli Befera ha risposto per la parte che tocca l’amministrazione fiscale. Spiegando innanzitutto di non poter far sua la distinzione tra chi evade sistematicamente il fisco e chi non ce la fa a pagare; è una distinzione che semmai a suo avviso spetta a governo e Parlamento, mentre Entrate e Guardia di Finanza devono comunque recuperare tutte le somme che risultano dovute in base alla legge.
L’Agenzia però intende fare la propria parte sul fronte della semplificazione a beneficio del contribuente. È in preparazione e sarà definita entro il 30 settembre una mappa di tutti gli adempimenti richiesti. Obiettivo, individuare quelli ormai superati, oppure che sono inutili duplicati di altri, o ancora che risultano troppo onerosi. Dopo di che il tutto sarà discusso con le associazioni di categoria, con l’obiettivo di arrivare a una situazione più favorevole.
Befera ha quindi ricordato in particolare due obiettivi della delega fiscale. Il primo riguarda l’inserimento di maggiori certezze in un sistema disegnato 40 anni fa e poi continuamente ritoccato: vanno in questa direzione ad esempio le norme sull’abuso del diritto, che dovrebbero permettere di distinguere in modo più netto il ricorso legittimo alle agevolazioni fiscali dai comportamenti elusivi. La seconda priorità è relativa ancora all’opera di semplificazione: novità rilevanti potranno arrivare nei rapporti tra cittadini, datori di lavoro, centri di assistenza fiscale e amministrazione. Il Cud, documento che certifica l’avvenuta applicazione dell’imposta ai lavoratori dipendenti, avrà secondo il direttore dell’Agenzia delle Entrate un percorso più diretto rispetto a quello attuale.
L’evasione fa salire il conto
L’economia sommersa misurata dall’Istat vale 280 miliardi
ROMA Come si passa del 45 per cento della pressione fiscale «ufficiale» al 54,8 «effettivo» indicato da Confcommercio ed in precedenza anche da altre organizzazioni e centri studi? Per capirlo bisogna intanto ricordare che cos’è la pressione fiscale: si tratta di un indicatore aggregato, relativo cioè all’intero sistema economico e non al singolo contribuente. Più precisamente misura il rapporto tra il totale delle entrate tributarie e contributive e il prodotto interno lordo. Dunque non solo imposte in senso stretto, quelle dirette, l’Irap, l’Iva, le imposte sugli immobili e quelle sulle rendite, le accise sui carburanti, ma anche i contributi sociali versati da imprese e lavoratori a fronte di prestazioni future come le pensioni o anche il Tfr.
Rientrano nel calcolo anche voci che non tutti avvertirebbero come un prelievo, come i proventi del lotto o di altri giochi, o i contributi sociali figurativi versati dallo stesso Stato a sé stesso, ad esempio per la maternità: se l’importo di queste entrate aumenta a parità di altre condizioni aumenta la pressione fiscale.
La componente puramente tributaria della pressione, relativa cioè alle sole imposte in senso stretto, è pari a poco più di due terzi del totale e si colloca attualmente intorno al 31 per cento.
Per evidenziare l’incidenza delle tasse sui contribuenti onesti l’ufficio studi Confcomercio ricorre ad un altro indicatore, già più volte citato nella letteratura economica, che definisce «pressione fiscale effettiva». Dal prodotto interno lordo viene sottratta la quota di economia sommersa in esso inclusa, stimata dall’Istat nel 17,5 per cento del totale: il presupposto ovvio è che sul nero non si pagano imposte e contributi. Di conseguenza la stessa quantità di entrate, rapportata solo al Pil legale, porta ad una pressione del 54,8 per cento, che rappresenta più o meno il peso di imposte e contributi sulla parte legale dell’economia, ossia su cittadini e imprese che pagano, sempre intesi come complesso e non come singoli: il carico di ciascuno dipenderà anche dal tipo di reddito percepito, dai comportamenti di consumo (per quel che riguarda l’Iva) dalla possibilità di fruire o meno di agevolazioni e di altri fattori ancora.
Il 17,5 per cento di economia sommersa stimata dall’istituto di statistica equivale a circa 280 miliardi: applicando a questa grandezza la stessa aliquota effettiva del 55 per cento si ottiene una stima teorica di imposte e contributi evasi pari a 154 miliardi di euro.
Opportunamente lo studio di Confcommercio rileva che la misurazione del sommerso non è sempre affidabile nelle comparazioni internazionali: in particolare mentre in Italia l’Istat è all’avanguardia in materia, altri Paesi forniscono informazioni meno precise o non le forniscono affatto: non ce ne sono ad esempio sulla Germania.