Iscriviti OnLine
 

Pescara, 19/06/2026
Visitatore n. 755.096



Data: 26/07/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Corruzione transnazionale» Formigoni indagato a Milano. Lo sfogo del governatore «Non lascio, comportamenti rettilinei»

Svolta nelle indagini sulla sanità: soldi transitati su conti svizzeri

MILANO Roberto Formigoni sostiene che le accuse nei suoi confronti non sono un granché. In ogni caso, se e quando deciderà di sedersi davanti ai magistrati, dovrà spiegare parecchie cose. A cominciare dal fatto che, in qualità di presidente della Regione Lombardia, sarebbe stato corrotto con utilità «per un valore di circa 8,5 milioni di euro in relazione a quindici delibere regionali con cui sono stati stanziati rimborsi per la fondazione Maugeri di circa 200 milioni di euro in dieci anni».
E’ questo il nocciolo dell’invito a comparire consegnato ieri al governatore contemporaneamente all’avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta creazione di fondi neri per 69 milioni di euro della fondazione Maugeri. Atti formali che danno il destro alle opposizioni per chiedere ancora una volta le dimissioni del capo del Pirellone. «Serve un’assunzione di responsabilità che fino a qui non c’è stata: il voto anticipato continua a essere l’unica strada percorribile per rinnovare una situazione sempre più ingestibile», afferma il Pd. E sulla stessa linea si schierano Idv e Sel: «Questo avviso di garanzia - sottolinea il partito di Antonio Di Pietro - certifica che ormai Formigoni è inadeguato a continuare a governare». Al presidente lombardo è contestato il reato di corruzione, con l’aggravante dei reati transnazionali, in concorso con l’uomo d’affari Pierangelo Daccò, con l’ex assessore regionale Dc alla Sanità Antonio Simone, attualmente in carcere nell’inchiesta sulla sanità lombarda, con Umberto Maugeri e Costantino Passerino. Secondo l’accusa, si legge nel provvedimento, Formigoni ha «partecipato alla formazione di delibere dirette a trasferire ingenti risorse pubbliche ulteriori finalizzate a far ottenere alla fondazione Maugeri indebiti vantaggi». Gli atti deliberativi che grazie al governatore avrebbero ottenuto una corsia preferenziale vanno dal 2002 al 2011, «con più azioni consecutive di un medesimo disegno criminoso» attuate dagli indagati «in concorso tra loro e con altri pubblici ufficiali in corso di identificazione». Ciò significa che il lavoro della procura non si ferma qui: l’operazione di approvazione delle delibere a favore del polo sanitario pavese potrebbe aver coinvolto altri funzionari e politici del Pirellone, considerato che la maggior parte delle decisioni sono state assunte dalla giunta. Non è escluso quindi che l’elenco delle persone sotto inchiesta si allunghi.
Formigoni, fa sapere il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, è stato iscritto nel registro degli indagati il 14 giugno scorso e l’iscrizione è stata desecretata soltanto ieri, con l’avviso a comparire fissato per sabato prossimo. Nel documento, tre pagine in tutto, il magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco elencano uno per uno i benefit che Formigoni avrebbe ricevuto in cambio del via libera in giunta di una quindicina di delibere riguardanti le cosiddette funzioni sanitarie non tariffabili, ovvero quelle concesse in via discrezionale dal Pirellone. In particolare i pm sono arrivati a ipotizzare nei confronti del governatore la corruzione anche analizzando una serie di provvedimenti «complessi» che hanno ritoccato al rialzo i cosiddetti «drg», i Raggruppamenti omogenei di diagnosi che definiscono il sistema di retribuzione degli ospedali per l’attività di cura. Ad appesantire l’accusa a carico del governatore c’è inoltre l’aggravante della transnazionalità, legata alle condotte degli indagati arrestati ad aprile nell’inchiesta Maugeri, tra cui Daccò e Simone. Secondo gli inquirenti avrebbero creato un’associazione a delinquere che tramite conti in Svizzera e a Malta riconducibili al faccendiere e al suo fiduciario Grancarlo Grenci ha movimentato poco meno di 70 milioni di euro. Su questa somma di denaro, «già indebitamente trasferita all’estero, venivano poste in essere numerose ulteriori operazioni dirette a occultarne la provenienza delittuosa, impedirne la tracciabilità e consentirne il reimpiego», rilevano i magistrati. Impegnati ora a definire la contestazione di finanziamento illecito ai partiti - 600 mila euro per la campagna elettorale del 2010 - per il quale Formigoni resta indagato. Secondo la legislazione una società commette reato qualora non registri a bilancio gli eventuali finanziamenti, ma nulla è previsto riguardo alle fondazioni. E poiché il denaro sarebbe stato versato appunto dalla Maugeri, i pm sono alle prese con questa lacuna legislativa da colmare.
Comunque sono pronti ad ascoltare Formigoni fra due giorni, ora tocca al presidente decidere se sia o meno disponibile. Il numero uno del Pirellone dice di essere disposto a presentarsi ai pm, anche se per il momento tergiversa. «Ci andrò, ma ho bisogno di tempo», confida ai suoi.

«Non lascio, comportamenti rettilinei»
Lo sfogo del governatore: vedrò i magistrati, ma quando lo decido io

MILANO - Roberto Formigoni è così tranquillo che sente il bisogno di dirlo: «Sono tranquillissimo». Così tutti pensano il contrario. E probabilmente non sbagliano. Dice di essersi segnato l’ora: le 13,35. E’ il momento in cui il messo della procura gli ha consegnato l’invito a comparire: «Si presenti per l’interrogatorio sabato». Ma lui sabato non andrà. Vuole concordare la data, non farsela imporre. E’ indagato da metà giugno, lo sapeva, ma minacciava querele a chi lo avesse scritto. Adesso non può minacciare e finge distacco: «Ho letto il provvedimento: tutto qui?».
E’ così tranquillo, Formigoni, che se potesse sbranerebbe il plotone di giornalisti che ha davanti. E a parole ci prova pure. Ci sono i magistrati che lo accusano di corruzione, ma lui ce l’ha con «i gazzettieri, diligenti esecutori di ordini della procura». Ci sono pm insinuanti, sospettano che abbia pilotato certe decisioni della Regione per favorire amici che gli prestavano lo yacht e gli vendevano case sottocosto, ma lui tuona contro i cronisti: «Perché non avete dato il giusto risalto al rinvio a giudizio di Nichi Vendola?».
Per settimane è andato avanti con lo stesso ritornello: «Sono puro e limpido come acqua di fonte». L’acqua adesso si è intorbidita, ma lui seguita a stare a petto in fuori, ostentando una maglietta fucsia come simbolo di leggiadria. «L’avviso che i pm mi hanno mandato è infondato e insussistente. I fatti che mi vengono contestati sono falsi, o non a me riferibili, o gravemente distorti». Parla come un leguleio, anche se la sua laurea è in filosofia. E le sue citazioni dantesche: «Avete (i giornalisti, ndr) gli occhi di bragia». Come Caronte il «dimonio».
La sua principale tesi a uso stampa - lui sostiene che sarà pure a uso difesa - è questa: «Non c’è l’atto corruttivo». Ovvero: quelli che i magistrati definiscono favori al faccendiere Daccò o a certi ospedali privati non sono favori. Sono, dice lui, delibere approvate dalla giunta o leggi votate dal Consiglio regionale che fissavano regole e criteri per il pagamento dei rimborsi alle aziende sanitarie pubbliche e a quelle private: «E se una di queste avesse preso dalla Regione anche un solo euro in più, tutte le altre sarebbero insorte».
Della seconda parte delle accuse, invece, non parla. O meglio: «Non allargatevi a chiedermi certe cose. Certo non ne parlo con voi, voi non rappresentate nessuno, tanto meno l’opinione pubblica in nome della quale dite di agire». E quindi niente domande sulle «utilità» che l’amico e sodale Daccò ha messo a sua disposizione. «L’ho detto e lo ripeto: nessuna utilità». E ripete pure che le identiche cose dirà ai magistrati quando «concorderemo una data per incontrarci». La parola interrogatorio non gli piace, non se è lui a doverlo subire.
Il suo avvocato, che si chiama Stivala, lo ascolta e manifesta «ammirazione per l’eloquio del presidente». Forse è meno ammirato dalla scarsa perizia nello schivare i paletti. Quando Daccò finì in carcere, il governatore disse di conoscerlo appena; poi davanti all’evidenza ammise di averlo frequentato più volte; quindi messo ancora alle strette sostenne di averci fatto le vacanze e i capodanni insieme, ma di averle «sempre pagate di tasca mia, anche se non conservo le ricevute». Ora svicola ancora: «E comunque, anche se avessi avuto delle utilità, non c’è corruzione».
Qualche ardito gli domanda se, a fronte di un’indagine a suo carico che lui ha sempre definito inesistente, stia pensando alle dimissioni. Ovviamente no, non ci pensa affatto: «Rimango al mio posto perché tutti i miei comportamenti sono rettilinei». Così tutti quelli che in attesa di qualche clamoroso annuncio sono saliti all’undicesimo piano del Palazzo Lombardia - il grattacielo da lui fortemente voluto a testimonianza perenne del suo regno - riscendono dabbasso chiedendosi quanto ancora possa durare questa ostinata resistenza.
Tanto, durerà tanto. Almeno a giudicare dal modo in cui liquida il lavoro dei pm: «Hanno impiegato più di un mese per mettere insieme un’accusa che non è un’accusa, ma un’elucubrazione basata su fatti inesistenti e in alcuni casi falsi». Poi, quando il fastidio per le domande che continuano a piovere diventa evidente, si lancia in una trionfalistica previsione: «Come finirà? Se anche avessero la forza di rinviarmi a giudizio, il processo si concluderà con un’assoluzione. Come tutte le altre volte in cui mi hanno indagato».
E adesso basta per davvero. Non c’è più tempo per altre domande: «E non voglio cedere alla vostra deriva gossippara». Tutto qui?

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it