Il danno da 23 milioni di euro arrecato alle casse dell’Atac sarebbe soltanto l’ultimo caso arrivato negli uffici di Piazzale Clodio. Perché un nuovo fascicolo per fare luce sulle presunte irregolarità avvenute nella passata gestione della municipalizzata c’era già. Senza indagati, né ipotesi di reato, ma basato su una decina di esposti inviati alla procura di Roma da un ex dirigente e finiti tra le mani del pubblico ministero Laura Condemi.
Una sfilza di denunce che puntano il dito sulla vecchia amministrazione. E ora saranno gli uomini del nucleo di polizia tributaria ad indagare sulla vicenda e a verificare eventuali responsabilità.
Quel saldo negativo di 23 milioni scaturito da un’operazione di «finanza creativa» in cui si imbarcò nel 2003 il Consiglio di amministrazione dell’Atac, sarebbe, dunque, solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Atac, interpellata circa il contenuto degli altri fascicoli, si limita a osservare che «sono oggetto di investigazioni» e perciò «coperti dal segreto istruttorio». Si sa però che l’altra vicenda pronta a venire a galla riguarderebbe la gestione di un Fondo per i lavoratori di Trambus. I fatti risalirebbero all’incirca agli stessi anni. L’allora amministratore di Trambus Filippo Allegra e il direttore finanziario Fausto Conzi investirono il Tfr aziendale in un fondo della Bank of Ireland a un valore di emissione secondo l’esposto superiore a quello di mercato. Da qui il danno presunto.
«Sono tranquillo e sicuro che tutto si concluderà in una gigantesca bolla di sapone fa sapere da parte sua Filippo Allegra in quelle operazioni erano a costo zero. Trambus aveva trasferito infatti tutto il suo patrimonio ad Atac e l’unica risorsa era il Tfr. A conclusione della mia gestione totalizzammo un utile di 10 milioni di euro».
Su «cross border lease» il Campidoglio andrà avanti. La delibera che ha determinato l’azione di responsabilità nei confronti degli organi sociali di Atac è arrivata in giunta lo scorso 24 luglio dopo essere passata negli uffici dell’assessore al Bilancio Lamanda. Nel ricostruire le vicende dell’operazione sarebbero emerse molte «lacune». In particolare: «La mancanza di una copia del contratto firmata in originale; la preventiva relazione del collegio sindacale, richiesta preventivamente dal presidente di Atac»; l’assenza di un documento terzo e indipendente di analisi dettagliata circa l’impatto economico derivante dal verificarsi dei rischi connaturati all’operazione per tutta la sua durata». Un’operazione definita da Ugo Cassone, consigliere Pdl di Roma Capitale, «losca», e denunciata da Vincenzo Piso in Consiglio comunale già a partire dal 2003. Ancora molti sono i nodi da sciogliere. Denuncia Cassone: «Mancano documenti e firme, interi archivi spariscono o prendono fuoco». Dal 2003 in poi Atac avrebbe subito un danno consistente per via del contratto di finanziamento capestro, degli interessi crescenti, delle ipoteche e dei vincoli sulla flotta. «Mai conclude Cassone è stato posto termine a questa operazione fino ad oggi, siamo stati costretti ad intervenire per limitare danni ed ulteriori rischi. È inquietante pensare che gli stessi tecnici che all’epoca, anche contro il parere della struttura legale di Atac, firmavano il contratto di cross border permangano in Azienda in ruoli direttivi».
La guerra dei manager che spacca l’azienda
Nell’assetto della spa sono ancora da definire cinquanta posizioni apicali
Manager contro manager. É una bufera di mezz’estate quella si sta scatenando dentro Atac. Una lotta intestina a colpi di esposti. L’inchiesta sull’operazione di finanza creativa (cross border lease) avviata dal Cda è il frutto di questo clima. In ballo c’è il futuro dell’azienda. Ma anche 50 posizioni apicali ancora da definire in settori chiave. E non solo. I dirigenti vittima dello spoil system sono sul piede di guerra: gli ultimi tre «pezzi da 90» messi da parte sono attualmente senza incarico. La risoluzione del loro rapporto di lavoro costerà all’azienda non meno di 2 milioni di euro.
La lista delle anomalie insomma anziché ridursi si allunga. Il personale viaggiante scarseggia, eppure in alcuni settori (vedi, ad esempio, la Direzione legale e acquisti), oltre al direttore ci sono due condirettori, che si aggiungono a tre dirigenti interni. Molti mega-quadri demansionati sono pronti a lanciarsi in contenziosi «causa rimozione non giustificata». Tutto questo aspettando che l’ad di Atac Patrimonio Giocchino Gabbuti inizi ad alienare i «gioielli» per far affluire ossigeno nuovo nelle casse. Ma è tutto fermo.
Lo scambio di colpi tra amministratori vecchi e nuovi non è una primizia. Anzi. Già in passato la Corte dei conti si trovò a giudicare un gruppo di dirigenti per i quali il pubblico ministero aver richiesto 9 milioni di euro. Tutto si concluse in una bolla di sapone: la sentenza di assoluzione emessa nel marzo del 2011 per Calamante, Di Carlo, Cavalieri, Scoppola e Allegra e Rovere. L’esposto era stato presentato dall’allora assessore municipale Marco Daniele Clarke oggi dirigente di Risorse per Roma, dopo aver lasciato la presidenza di Ama per l’acquisto di tram dalla Breda Menarini. Stavolta il presidente di Atac Spa Francesco Carbonetti vuol vederci chiaro sulle operazioni finanziarie condotte all’inizio degli anni Duemila. Alcune, a quanto pare, molto rischiose. «Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi osserva l’assessore ai Trasporti Antonello Aurigemma l’azienda ha riscontrato alcune criticità che avrebbero comportato un danno erariale e ha deciso di portare le carte in Procura».