Iscriviti OnLine
 

Pescara, 19/06/2026
Visitatore n. 755.096



Data: 29/07/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Crollano i nuovi pensionati, sale l’età media di uscita. Toccati i 61,3 anni, siamo vicini all’aggancio con la Germania

ROMA - Due anni più tardi dei francesi, giusto qualche mese prima dei tedeschi. Ora sarà difficile dire che gli italiani vanno in pensione troppo presto: nel primo semestre 2012 l’età media di pensionamento effettiva nel settore privato è stata di 61 anni e tre mesi, un anno in più rispetto ai 60,4 anni registrati nel 2011. I francesi smettono di lavorare mediamente a 59 anni e tre mesi, insomma si concedono due anni in più di riposo. E anche i tedeschi, che da sempre ci guardano dall’alto in basso, ora dovranno ricredersi: loro in media festeggiano il pensionamento a 61 e sette mesi; appena quattro mesi in più rispetto ai lavoratori italiani.
L’aumento di un anno dell’età effettiva di pensionamento ha comportato anche un altro dato positivo: il numero delle nuove pensioni liquidate dall’Inps nel primo semestre di quest’anno si è praticamente dimezzato rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, 84.537 contro 159,485, il 47% in meno.
Lo stop alla fuga verso la pensione degli italiani è a prescindere dalla riforma Monti-Fornero che dispiegherà i suoi effetti a partire dal 2013. E’ dovuto, infatti, all’effetto combinato di due norme introdotte dai precedenti governi: lo scalino per la pensione di anzianità scattato nel 2011 (Prodi-Damiano) e l’introduzione della finestra mobile (Berlusconi-Sacconi) che prevede l’attesa di 12 mesi per l’accesso alla pensione una volta raggiunti i requisiti. Attesa che diventa pari a 18 mesi se si tratta di lavoratori autonomi.
E sono proprio questi ultimi ad aver determinato una flessione così forte nel numero di nuove pensioni liquidate. La categoria più penalizzata è quella dei coltivatori diretti: -73,82%. Seguono gli artigiani con -67,43%, e poi i commercianti con una flessione del 64,84%. Il calo delle nuove pensioni liquidate ai lavoratori dipendenti privati è stato più contenuto, ma comunque notevole: -35,58% (da 103.043 trattamenti a 66.385). In media i lavoratori autonomi vanno in pensione due anni più tardi rispetto ai lavoratori dipendenti (62,9 anni contro 60,9).
Se si va a guardare la tipologia di pensione, si vede che sono diminuite soprattutto le pensioni di vecchiaia (-51,09%) passate da 77.591 dei primi sei mesi del 2011 a 37.952 dello stesso periodo 2012. Anche in questo sono gli i lavoratori autonomi ad aver avuto i cali più sostanziosi (le pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti sono passate da 44.652 a 34.104, con una flessione del 23,62%, mentre quelle dei lavoratori autonomi hanno avuto cali superiori all’80%). Incisiva anche la riduzione del numero delle pensioni di anzianità, passate da 81.894 a 46.585 (-43,12%) con diminuzioni consistenti soprattutto per i lavoratori dipendenti (-44,72%, da 58.391 a 32.281).
Tornando all’età anagrafica, la media di chi è uscito dal lavoro grazie alla pensione di anzianità è stata di 59,8 anni contro i 58,8 del 2011. Per la pensione di vecchiaia si è passati da 62,9 anni a 63,3.
Questi risultati - osserva l’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi - «costituiscono la prova provata dell’efficacia delle riforme prodotte dal governo Berlusconi in termini di sostenibilità del sistema previdenziale. E di equità in termini di graduale cambiamento dei requisiti di accesso. Equilibrio tra numeri e persone che dovrà essere prodotto aggiustando gli interventi più recenti».
Sul tavolo resta, infatti, da definire la vicenda esodati. Dice Giuliano Cazzola, esperto di previdenza e deputato Pdl: «Le statistiche dimostrano che il governo Berlusconi aveva realizzato importanti interventi in materia di pensioni senza creare, peraltro, quei problemi di complessa gestione che attengono alla questione dei cosiddetti esodati in conseguenza della riforma Fornero: un tormentone destinato a proseguire per anni». Si augura invece che la soluzione possa arrivare presto il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, l’ex ministro Cesare Damiano: «L’ultima riforma del governo Monti ha abolito le quote lasciando improvvisamente scoperte centinaia di migliaia di persone che rimangono anche per quattro o cinque anni senza stipendio e senza pensione. Per questo riteniamo che siano illuminanti i dati forniti dall’Inps che confermano l’esigenza di apportare le necessarie correzioni all’ultima riforma, per mettere al sicuro tutti i lavoratori che hanno i requisiti per accedere al vecchio modello pensionistico».

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it