ROMA - «Le mie dimissioni da presidente della regione Sicilia - ha annunciato Raffaele Lombardo ieri pomeriggio, al momento dell’addio - sono una scelta ponderata e ragionata». Non ha avuto bisogno di ragionare troppo Lombardo, perchè ormai è un suo riflesso condizionato quello di elargire prebende e di distribuire poltrone a pioggia o a raffica, sull’opportunità di nominare due nuovi assessori un attimo prima di lasciare il suo posto da governatore e di chiudere una tribolata esperienza amministrativa di quattro anni che ha spezzato il berlusconismo in Sicilia per attuare nuove formule trasversali (comprendenti il Pd) rivelatesi evanescenti. I miracolati dell’ultimo istante sono Nicola Vernuccio (assessore agli enti locali e iscritto al Mpa lombardiano) e Claudio Torrisi (assessore all’energia e ai rifiuti. «Con loro due e con tutti gli altri stasera andremo a cena per festeggiare», annuncia il governatore ex «senza rimpianti». Il quale va via «perchè indebolito dalla vicenda giudiziaria» e perchè ormai «il centralismo sta strozzando l’autonomia siciliana». Congedandosi, ha lasciato altri regalini il signore del nominificio siciliano: il fedelissimo Mario Zappia diventa in extremis direttore dell’azienda sanitaria di Siracusa, nuovo capo di gabinetto del governatore in assenza ormai di governatore è Gianni Silvia, mentre Angelo Pizzuto viene piazzato alla guida del parco delle Madonie. Le 120 nomine lombardiane in tre mesi, da quando egli annunciò il ritiro, diventano così 125. Una buona base di ripartenza per tornare al potere? «Mi ritiro da tutto», giura Lombardo.
Dopo le dimissioni del governatore, ieri è stato sciolto il parlamento siciliano. E lì sotto giovani di sinistra hanno celebrato l’addio di Lombardo cantando Bella ciao, mentre a Catania il Pd, è andato in piazza a festeggiare le dimissioni dell’ex alleato trasformatosi in acerrimo nemico. Si voterà il 28 e 29 ottobre. E i partiti, tra candidati che si propongono e alleanze ancora in aria, sono al momento nel caos. Che cosa farà, per esempio Leoluca Orlando, il trionfatore anti-lombardiano delle ultime elezioni a Palermo? «Sto valutando», dice. Ovvero: rompere di nuovo con il Pd, secondo la linea dipietresca, inventando un candidato proprio che difficilmente impedirà a un centrodestra a pezzi di vincere di nuovo? E il Pd? «Siamo per l’alleanza che vada da Sel all’Udc», dice Sergio D’Antoni. Per i democrat s’è auto-candidato l’ex sindaco di Gela, Rosario Crocetta; vuole correre sotto le stesse insegne il Mirello Crisafulli; è già in pista (per Sel) Claudio Fava e l’accordo tra Pd e Udc per candidare il senatore centrista D’Alia è piuttosto contestato a sinistra. A destra, Gianfranco Miccichè punta alla carica, ma il Pdl è gelido. Ha le sue chance Castiglione, presidente della provincia di Catania ma le beghe tra gli azzurri impazzano intorno al suo nome e a quello di Francesco Cascio, presidente dell’Ars. Compresi quelli dei piccoli movimenti, fioccano le candidature.