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Pescara, 28/03/2026
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03/08/2012
Il Messaggero
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Gli italiani non comprano più, consumi a livello degli anni ’30. Confcommercio: nel 2012 la spesa delle famiglie sarà -2,8%
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ROMA - La crisi economica continua a mietere vittime. Sono ventimila i negozi (come saldo tra chiusure e aperture) che quest’anno non ce la faranno a resistere e dovranno abbassare definitivamente le saracinesche. Per gli altri ogni giorno è sempre più duro: la gente non consuma più; ogni acquisto è ben ponderato; si compra solo ciò che è veramente indispensabile. Secondo le ultime stime della Confcommercio i consumi delle famiglie nel 2012 avranno una contrazione del 2,8%. Un calo peggiore lo si ebbe solo negli anni Trenta, in un’Italia distrutta dalla prima guerra mondiale. Per l’associazione dei commercianti c’è poco da girarci intorno: «Si tratta di una vera e propria recessione dalla quale sarà difficile uscire e della quale è difficile anche prevedere la reale intensità e l’estensione temporale. L’assorbimento della disoccupazione che essa sta generando richiederà tempi lunghi». Tra calo dei consumi delle famiglie e riduzione degli investimenti da parte del sistema produttivo (si prevede un taglio del 6,5%) il Pil alla fine si attesterà a -2,2%. Pochi mesi fa, a marzo per la precisione, lo stesso ufficio studi della Confcommercio prevedeva una riduzione forte ma decisamente meno accentuata, pari a -1,3%. E purtroppo anche le stime per il 2013 sono riviste al ribasso: dal pareggio al -0,3%. Per avere «una moderata ripresa» bisognerà attendere «non prima del secondo quarto del 2013». Certamente, a livello di valore aggiunto pro-capite, nessuna regione italiana riuscirà a ritornare nel 2013 ai livelli del 2007, quando cioè la crisi ancora non si era manifestata. Piemonte, Valle d’Aosta, Emilia Romagna e Umbria non agganceranno nemmeno i livelli del 1995, mentre la Lombardia a malapena pareggerà i conti. Nel meridione la situazione sembra andare meglio, ma è solo apparenza. Spiega il direttore dell’ufficio studi Confcommercio, Mariano Bella: è «l’effetto spopolamento» dato che «da dieci anni a questa parte è ricominciato il fenomeno delle migrazioni da sud a nord stile anni '50». Intanto la Confcommercio calcola che «il reddito reale pro capite degli italiani è calato di circa 1.800 euro tra il 2002 e il 2012 (-9,8% reale a testa)». I più ricchi sono i milanesi: 33.900 euro l’anno nel 2011. Seguono i cittadini di Bolzano con cinquecento euro di meno e poi quelli Bologna con 31.200 euro. A Crotone la palma del reddito pro-capite più basso, appena 13.000 euro l’anno. La crisi di fatto ha aggravato il divario tra Nord e Sud: al Mezzogiorno ora occorrerebbero più di 110 anni per raggiungere il Nord ovest, pur crescendo al suo stesso ritmo moltiplicato per dieci. Secondo Carlo Sangalli, che della Confcommercio è il presidente, questi dati dimostrano un sola cosa: bisogna agire subito, rilanciare la domanda, anche puntando all’economia dei servizi che rappresenta il 43% dell’occupazione e ponendo come «prioritaria la riforma fiscale». Gli italiani, quindi, stanno stringendo la cinghia. Nel vero senso della parola. Anche a tavola infatti la crisi si fa sentire, eccome. Secondo Federalimentare nei primi 5 mesi dell’anno «le vendite alimentari stanno accusando una discesa in termini reali prossima ai 2 punti percentuali». Non parliamo poi degli ”sfizi”: secondo i dati della Coldiretti il consumo di caramelle è calato del 6%, i prodotti a base di cioccolato del 3, i dessert addirittura del 10%. Non si festeggia più e non si affogano nemmeno più i dispiaceri nell’alcol: il consumo di liquori è sceso del 3%, gli aperitivi del 4, le bibite in generale del 7%.
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