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Data: 21/08/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Ecco la generazione perduta: 4 giovani su 10 senza lavoro. Sono più di mezzo milione, la metà di loro è già rassegnata

Altrimenti in cinque anni, dal 2007 a oggi, il tasso di disoccupazione giovanile certificato in Italia dall’Ocse non sarebbe quasi raddoppiato, passando dal 21,6 per cento di allora al 35,9 di oggi. Quattro su dieci, quasi. A conferma di un’altra verità: quando il vento dell’economia cambia, i primi a perdere il lavoro sono loro, i ragazzi, quelli che pagano puntualmente lo scotto più duro .
Sono cifre che ci relegano ai confini del mondo, come se ve fosse bisogno. Perché con questo 35,9 per cento, fra i 34 paesi che aderiscono all’Ocse -Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con sede a Parigi- abbiamo conquistato una poco brillante quarta posizione. Ci precedono soltanto la Grecia, ovviamente, con il 51,2 per cento, la Spagna che le sta dietro solo per un decimo di punto e il Portogallo, che quasi quasi si appaia con un 36,1 per cento di disoccupazione giovanile. Questa è la realtà, questa è l’Europa dove Olanda e Danimarca possono invece vantare una disoccupazione giovanile appena intorno al 5 per cento.
«Stiamo assistendo al suicidio di una società» sintetizza drammaticamente Giuseppe Roma, direttore generale della Fondazione Censis. E invoca «meccanismi di rigenerazione sociale» per questa Italia: «Ci sono tre tappe nella vita di un giovane, tre tappe classiche: fare figli, farsi strada, trovare spazio per una leadership. Ecco, noi non garantiamo loro niente di tutto questo».
A sostenere l’angoscia di Roma vengono un sacco di altri dati. Uno su tutti, quello dei battaglioni neet. Ebbene, anche qui l’Italia è in quarta posizione tra le peggiori, e addirittura fra tutti i paesi del mondo industrializzato. Il nostro 18,6 per cento di ragazzi che non vogliono più né la scuola né il lavoro, viene superato solo da Turchia (30 per cento), Israele (29 per cento) e Messico (che si attesta al 22 per cento). Ma, fa notare l’Ocse, si tratta di paesi dove il tasso di crescita economica è più alto di quello italiano e quindi la disoccupazione giovane molto meno allarmante in prospettiva .
Giuseppe Roma mette il dito nella piaga raccontando due paradossi. Il primo: «Ho fatto un calcolo. Negli ultimi dieci anni i giovani italiani di quella fascia sono diminuiti di due milioni, molto più che in altri paesi per lo storico calo della natalità. Eppure la disoccupazione giovanile aumenta...». Secondo paradosso: «I giovani sono portatori di grandi conoscenze tecnologiche. Ma noi italiani queste conoscenze non le sfruttiamo. Salvo poi chiederci perché, mentre siamo in vacanza, i telefonini prendono poco da tutte le parti...».
Il quadro generale è quello che è. Volendo ragionare a spanne, i giovani europei senza lavoro sono 16 milioni e settecentomila e dieci milioni di loro non ne vogliono più sapere né di scuola né di lavoro. Dall’inizio della crisi sono aumentati di tre milioni e mezzo, a dimostrazione che pagano sempre loro. Ma è sempre l’Italia che preoccupa, a cominciare dalla diffusione dei contratti atipici, ad esempio.
Le statistiche dicono che hanno firmato questo tipo di contratti il 49,9 per cento dei giovani italiani occupati, ed erano soltanto il 26,2 per cento nel 2000, passati poi al 44,4 del 2009 e al 46,7 per cento del 20012. Per capire che battaglia generazionale si sta combattendo basta pensare che, allargando la forbice alla fascia 25-54 anni, la percentuale dei contratti atipici in Italia si abbassa all’11,8 per cento. E guardando all’Europa la preoccupazione aumenta: il nostro 49,9 per cento si scontra con una media Ocse del 25,3, praticamente la metà.
E’ sempre il direttore del Censis Giuseppe Roma che incalza: «Il problema dei nostri ragazzi è che hanno lauree poco spendibili. O sono troppi formati in campi che non offrono lavoro. O sono mal formati dove ce ne sarebbe bisogno. Mi piacerebbe un grande sito dove si potesse sapere quale formazione specifica bisogna avere per fare il pasticciere, il falegname, il tecnico informatico. E magari quanti posti ci sono disponibili, e dove ci sono. Sì, lo so, c’è la grande competizione globale e non si risolve tutto come una volta, con politiche semplici. Ma da noi il problema è soprattutto la manca di un ricambio generazionale.
Il problema, vuole sostenere Roma, più che economico è culturale: «Ascoltate le discussioni di questi giorni. Il nostro futuro al massimo arriva alla primavera del 2013, siamo tutti concentrati sulle prossime elezioni e non andiamo oltre, salvo questa spenta litania sui nostri giovani. L’impegno della politica non esiste. E tanto meno esiste un discorso paese. Nessuno si sogna di dire: meno per noi e più per loro».
Al momento di tirare le somme, Roma si domanda con amarezza: «Che dovrebbe fare una ragazzo oggi in Italia? Solo andarsene all’estero, cercare il lavoro che c’è». Ma non si risparmia un’idea: «Avete mai pensato ai servizi? I servizi pubblici in Italia esistono solo per creare deficit, mentre altrove danno grandi profitti. E lì il futuro, è lì che bisognerebbe chiamare i giovani, dicendo basta alle valanghe di assunzioni clientelari. E lì che si può rilanciare davvero tutta la nostra economia».

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