Oggi il comitato ristretto della commissione Affari costituzionali al Senato
ROMA - Si allontana o si avvicina l’intesa sulla riforma della legge elettorale? Nel Pdl ieri, prima e dopo l’incontro tra Berlusconi e Alfano dedicato a questo argomento, si è registrata una tendenza a chiudere subito la partita. Si può parlare anzi di una vera e propria accelerazione. Chiudere subito e votare a novembre: questa la novità emersa ieri nei colloqui tra il Cavaliere e il segretario del Pdl e tra Berlusconi e Denis Verdini, che è il titolare della pratica. Le indiscrezioni dicono che Berlusconi vuole chiudere questa partita, non teme più le elezioni anticipate, anzi la fine del tormentone sulla legge elettorale sarebbe il modo per stanare quelli che nel Pd - «e sono tanti e molto autorevoli», è la convinzione di Berlusconi e di molti berlusconiani - «non vedono l’ora che si vada al voto in autunno». Un’eventualità che nel Pdl viene affrontata così: «Noi siamo pronti».
In ogni caso, le trattative continuano. Si cerca ancora di sbrogliare i nodi sul tavolo (preferenze e premio di maggioranza) e la riunione del comitato ristretto della commissione Affari costituzionali del Senato, prevista per oggi, non si preannuncia risolutiva. Come fa capire un senatore del Pd piuttosto pessimista: «Oggi il relatore Enzo Bianco magari ci porta una bella granita siciliana, ce la gusteremo, poi andremo tutti a casa».
Un accordo che, a metà estate, sembrava fatto è tornato insomma in discussione. Se si trovasse l’intesa, le elezioni sarebbero teoricamente ancora possibili, anche se di difficile attuazione. E comunque nel Pdl convivono spinte e controspinte sull’ipotesi del voto anticipato. Nota la responsabile Propaganda del Pdl, Laura Ravetto, pensando alle importanti scadenze europee che ci attendono: «Sarebbe folle andare a votare a novembre senza aver prima approvato la Legge di stabilità».
I tatticismi dei partiti prevalgono e, dentro il Pdl, ha ripreso fiato e forza, da settimane, anche l’area degli ex An che chiede il ritorno delle preferenze (invise al Pd) al posto dei collegi. Opzione, quella delle preferenze, che miete consensi anche tra i centristi (Udc, Fli, Api) e in parte tra i democrat (Enrico Letta). L’ulteriore strategia del Pdl sarebbe quella che traspare da alcune dichiarazioni di Quagliariello (peraltro tifoso della opzione opposta, i collegi): andiamo in Parlamento con i punti su cui siamo d’accordo e con quelli su cui non lo siamo e vediamo cosa succede. Strada pericolosa, per il Pd, visto che al Senato l’asse Pdl-Lega ancora regge (lo si è visto sul semipresidenzialismo) e visto che alla Camera i fan delle preferenze sono tanti.
Ieri, Maurizio Migliavacca e Gian Claudio Bressa hanno fatto il punto in casa Pd, ma dal Pdl (dove pure, a palazzo Grazioli, Berlusconi ne ha parlato con Alfano e Verdini) non sono arrivate risposte sui nodi ancora da sciogliere. Bianco ha così lanciato l’allarme: «Non arrivano a oggi indicazioni definite su alcuni punti qualificanti da pare dei partiti», ecco perché «io e Malan (senatore del Pdl, ndr) metteremo sul tavolo un documento con i punti di intesa e quelli su cui permangono differenti valutazioni». Si torna, cioè, ai primi di agosto e alle due bozze contrapposte (quella Quagliariello e quella Bianco) i cui punti comuni erano: sistema di base proporzionale, sbarramento al 5% come soglia nazionale (e all’8% in tre regioni o circoscrizioni), due terzi di candidati indicati in collegi uninominali proporzionali (ma niente Provincellum), un terzo con i listini bloccati.