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Pescara, 15/06/2026
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Data: 30/08/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Legge elettorale, intesa vicina. Il Pdl: non chiediamo le urne. Niente preferenze e premio del 15% al primo partito

Il testo la prossima settimana. Schifani: fiducioso su un accordo a breve

ROMA - L’accordo sulla riforma della legge elettorale c’è, anche se ancora non viene né sarà formalizzato. Lo fa capire il presidente del Senato, Renato Schifani («Sono fiducioso su un’ampia intesa a breve») e detta persino una ragionevole tempistica il leader dell’Api, Francesco Rutelli: «Vedo realistico, come calendario per approvare la legge elettorale, il voto entro settembre al Senato, entro ottobre alla Camera e, infine, l’approvazione delle norme attuative e sui collegi entro Natale». Eppure, la giornata era cominciata male, anzi malissimo. Le voci su un Silvio Berlusconi pronto alle elezioni anticipate a novembre avevano messo in allerta gli altri soci della maggioranza, Pd e Udc. Tutti i big pidellini, compreso l’avvocato-deputato Ghedini, si affrettano però a smentire che il Cavaliere abbia intenzione di correre alle urne e il segretario del Pdl, Angelino Alfano, garantisce: «Vogliamo la legge elettorale e non vogliamo le elezioni anticipate». E dal Pd si accusa: «E’ Berlusconi a complicare tutto». Accordo compreso.
Anche la riunione del Comitato ristretto interno alla commissione Affari costituzionali del Senato che si è tenuta ieri pomeriggio s’è risolta, all’apparenza, in un nulla di fatto. Il comitato si è riconvocato per mercoledì 5 settembre per quella che dovrebbe essere «la giornata di svolta», quando i componenti e il presidente, Carlo Vizzini, tireranno le somme dell’accordo con Schifani. Vizzini parla di «divergenze ancora senza soluzione» ed è pessimista, mentre invece i due relatori, Enzo Bianco (Pd) e Lucio Malan (Pdl) vedono rosa. «Mercoledì prossimo», annuncia anche Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario del gruppo Pdl, «i tre partiti principali potranno presentare un testo base». Malan si spinge più in là: «Vedrete, sarà un mercoledì da leoni». Vero? Falso? La quadratura finale del cerchio è frutto della sapente opera di mediazione di Quagliariello, per il Pdl, Bianco e Finocchiaro per il Pd (che ieri si sono visti anche con Migliavacca e Bianco), e dell’Udc, al cui interno Achille Serra insiste sulle preferenze ma è sicuro di un accordo «a settembre».
Spazzata via ogni residua tentazione incrociata (che pure era sul tavolo dei plenipotenziari di ABC, Verdini, Migliavacca e Cesa) per il Provincellum (sistema in uso nelle province italiane), sepolte le preferenze, care agli ex An, la bilancia ora pende per un mix di collegi uninominali proporzionali (vengono definiti così perché è possibile anche l’elezione del secondo classificato, sulla base di recuperi proporzionali) e listini bloccati. Inedite, fino ad oggi, le dimensioni e il mix di entrambi. Ma prima bisogna parlare dell’altro, grande, compromesso raggiunto: il premio di governabilità sarà sì del 15% (cifra corposa), ma andrà al primo partito, non alla coalizione, pescando tra i migliori perdenti nei collegi. La capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, continua a sostenere che il premio alla coalizione è «imprescindibile», per il Pd, ma Bianco si produce in una piccola gaffe, peraltro davanti alle telecamere: «Il Pd vuole il premio alto, ma al partito». Gli altri punti su cui si è raggiunto l’accordo tra Pdl, Pd e Udc sono questi: impianto proporzionale e seggi assegnati su base circoscrizionale (26 circoscrizioni più la Valle d’Aosta); sbarramento nazionale al 5% o all’8% in tre circoscrizioni la cui popolazione, però, raggiunga un «numero congruo» dell’elettorato nazionale (si pensa a un quinto), norma che risponde alla cosiddetta clausola salva-Lega; rigido rispetto della parità di genere nei collegi (50 e 50) come nei listini (alternanza uomo-donna).
Restava aperto un solo nodo: il giusto mix tra collegi uninominali proporzionali e listini bloccati. La salomonica soluzione l’ha trovata Quagliariello. Un terzo (33%) di seggi va attribuito nei collegi, un terzo ai migliori non eletti sempre nei collegi e un terzo nei listini bloccati, il che equivale, per Quagliariello, che «comunque due terzi degli eletti lo sarebbero direttamente dal popolo». Il Pd ha detto sì. Del resto, sospira Enrico Letta, «per fare un accordo ci sono sempre dei prezzi da pagare». Le opposizioni, dal canto loro, proprio perché fiutano che l’accordo è vicino, alzano la voce e i toni. Per Pancho Pardi (Idv), «siamo nelle mani di imbroglioni» e per Roberto Calderoli (Lega Nord), «Pd e Pdl vogliono uccidere la democrazia. Neppure il fascismo era arrivato a tanto». Insomma, in Parlamento sarà battaglia. La legge – si fa profeta Vizzini – «non avrà l’unanimità».

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