Il ministro Balduzzi: servirà ad un chiarimento. Stop dal presidente della Camera Rabbia di Bagnasco per la bocciatura di Strasburgo: giustizia italiana surclassata
ROMA «Proporrò al Cdm l’intenzione di fare ricorso contro la sentenza della Corte europea». All’indomani dell’ennesimo verdetto negativo per la legge 40 sulla Procreazione assistita, il ministro della Salute, Renato Balduzzi, scioglie le riserve e annuncia l’intenzione del governo di opporsi alla sentenza che ha bocciato il divieto di diagnosi preimpianto per le coppie fertili affette o portatrici di malattie genetiche. «Credo - ha chiarito il ministro - che un nostro ricorso potrebbe servire a un chiarimento giurisprudenziale». Insomma il ministro vuole chiedere approfondimenti su «alcuni passaggi della sentenza» che «possono dare luogo a interpretazioni anche molto preoccupanti». Una decisione che non solo riapre polemiche e divisioni, ma rischia di creare una frattura istituzionale: non trova infatti d’accordo il presidente della Camera Gianfranco Fini che invece condivide e si riconosce nella posizione espressa dalla deputata di Fli, Giulia Bongiorno che in una nota ha definito la legge «odiosa e sbagliata» e ha invitato il governo non presentare ricorso contro la sentenza della Corte di Strasburgo. «Il ricorso finalizzato a chiarire in realtà non esiste. O si rispetta la sentenza o la si contesta» ha poi replicato al ministro l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Coscioni. Intanto sul caso interviene il presidente della Cei, Bagnasco: «Bisogna ripensarci a livello nazionale, sia di tecnici sia di esperti, sia per merito sia per metodo perché non si è passati attraverso la magistratura italiana: c’è stato un suo superamento, un surclassamento. È singolare». Fatto sta che il governo ha ora 3 mesi di tempo, fino alla mezzanotte del 28 novembre, per formalizzare l’appello a Strasburgo. Nello specifico, dovrebbe chiedere alla Corte di riesaminare il caso della coppia italiana portatrice sana di fibrosi cistica davanti alla Grande Camera, un iter già seguito per il caso del crocifisso nelle scuole. Richiesta che sarà valutata da un panel di 5 giudici, che si riunisce sei volte l’anno, per decidere se accoglierla o meno. Se non venisse accolta, la sentenza diventerebbe definitiva. Affinchè la Corte accetti di riaprire un caso è necessario che si dimostri che «solleva gravi questioni inerenti all’interpretazione o all’applicazione della Convenzione europea dei diritti umani, oppure una grave questione di interesse generale».