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Pescara, 15/06/2026
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Data: 31/08/2012
Testata giornalistica: Il Tempo d'Abruzzo
Province e tagli - Scatta il Risiko in salsa locale per non perdere uffici e poltrone

PESCARA Due province soppresse e altrettante al riparo dai tagli. Sono gli effetti che il decreto per la spending review produrrà sull'Abruzzo. In base ai parametri fissati dal Governo, a livello nazionale saranno accorpate 64 province su 107. Scompariranno quelle con una dimensione territoriale al di sotto dei 2.500 chilometri quadrati e con una popolazione residente inferiore ai 350 mila abitanti, mentre non saranno toccati i comprensori che ospitano i capoluoghi di regione. In Abruzzo scampano alla scure L'Aquila, che è capoluogo di regione, e Chieti, unica provincia in linea con i criteri territoriali e di densità abitativa. Pescara e Teramo non potranno più esistere come enti autonomi, e dovranno fondersi tra loro o con altri comprensori. Si aprono nuovi scenari, che assegnano ai rappresentanti delle istituzioni abruzzesi il compito di ridisegnare l'assetto delle quattro province, nell'ambito del Consiglio delle autonomie locali. Entro il 3 ottobre, il Cal dovrà licenziare un progetto di accorpamento e presentarlo alla Regione, che a sua volta dovrà inoltrarlo al Governo. Non sarà semplice trovare una sintesi, dal momento che il decreto sembra aver risvegliato antichi campanilismi e anacronistiche divisioni. Un'altra grana per il presidente della giunta abruzzese, Gianni Chiodi, al quale spetta l'ultima parola sul riordino delle province. Sul piatto, infatti, ci sono ipotesi cervellotiche, suggestioni secessionistiche e propositi annessionistici, in un gioco di alleanze e veti incrociati in cui tende costantemente a prevalere la salvaguardia del proprio particulare. Richiami alla realtà ed esempi virtuosi arrivano dalla società civile. Confindustria ha da tempo accorpato le sue strutture provinciali, dando vita a due soli poli organizzativi (Pescara-Chieti e L'Aquila-Teramo). Uil e Ugl invitano la politica regionale a mettere da parte il fioretto e a convergere sull'ipotesi più razionale, «ovvero l’accorpamento delle Province ispirato alla storica bipartizione tra Abruzzo Ulteriore e Abruzzo Citeriore». E in effetti lo sbocco più naturale, e rispettoso degli obbiettivi di risparmio fissati dal Governo, sarebbe la fusione tra Chieti e Pescara da un lato, e tra L'Aquila e Teramo dall'altro. Tuttavia, da quando il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, ha precisato che nell'ambito delle procedure per l’accorpamento di più province, il capoluogo del nuovo ente dovrà essere la città con il maggior numero di abitanti, buona parte della politica abruzzese è entrata in fibrillazione. Nel Chietino si fa fronte comune contro l'ipotesi di finire sotto Pescara e, in barba alle delucidazioni ministeriali, si rivendica il diritto della città teatina ad essere il capoluogo di un'eventuale provincia allargata. Negli ultimi giorni, inoltre, si è formato un asse tra Chieti e Teramo, per scongiurare qualsiasi ipotesi di accorpamento, attraverso un complesso meccanismo di acquisizioni e cessioni dei Comuni di confine, con la contestuale istituzione di Pescara Città metropolitana. Alchimie che, forse è il caso di dire per fortuna, hanno poche possibilità di successo. I disperati tentativi di ampliare superfici e popolazione dei territori, così da rientrare nei parametri fissati dal decreto, si scontrano con quanto disposto dal Governo: per la riorganizzazione degli enti provinciali farà testo la situazione fotografata alla data del 20 luglio scorso. Mercanteggiare l'ampliamento dei confini, pur di mantenere poltrone, uffici e apparati, con tutto ciò che ne consegue in termini di potere clientelare, è uno spettacolo poco edificante. Lo è altrettanto, più in generale, l'atteggiamento di gran parte della politica abruzzese, che, giunto il tempo delle decisioni, si abbandona a discussioni surreali, dando vita ad una sorta di Risiko in salsa provinciale. Tre partiti virtuali, trasversali ai tradizionali schieramenti politici, si contendono la vittoria: i campanilisti, i secessionisti e gli innovatori.

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