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Data: 03/09/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il governo a caccia di risorse, pronto il riordino degli incentivi. Bonanni: subito partecipazione agli utili e meno tasse sui premi di produttività

Allo studio riduzioni selettive del cuneo fiscale

ROMA - La speranza è che non sia solo un incontro per fare il classico giro di tavolo, interessante sì ma, come si dice in gergo, interlocutorio. La speranza - sia da parte delle imprese che varcheranno la soglia di Palazzo Chigi dopodomani, sia da parte dei sindacati che invece ci andranno la settimana prossima - è che il governo inizi a calare le carte. Dica quali sono le idee e le ipotesi percorribili per tirare fuori l’Italia da quella spirale recessiva che la sta strozzando e che ogni giorno miete nuove vittime tra le imprese costrette a chiudere i battenti, o quantomeno a ridimensionare i programmi produttivi, e tra i lavoratori. L’ostacolo principale è noto a tutti ed è lì come una barriera quasi insormontabile: la carenza di risorse. Di nuovi balzelli (lo si è visto anche con quelli su giochi e bibite gassate) meglio non parlarne, per cui c’è poco da girarci intorno: se si aggiunge da una parte, bisogna togliere da qualche altra.
E’ seguendo questo principio base che i tecnici del governo stanno portando avanti simulazioni e tabelle. Primo obiettivo: recuperare i 6 miliardi che servono a evitare l’inasprimento dell’Iva congelato fino a tutto giugno 2013. Secondo obiettivo: mettere qualcosa nel piatto della crescita. E quindi stimolo alla competitività, ma anche ai portafogli a secco delle famiglie in modo da rilanciare i consumi e innestare quindi un circolo virtuoso. In entrambi i casi si tratterà sempre e comunque di misure che definire non aggressive sarebbe un eufemismo. Insomma, la partita sta per iniziare ma i rilanci per forza di cose dovranno mantenersi su livelli minimi.
I capitoli su cui puntare sono abbastanza chiari: c’è da sgravare il costo del lavoro. Bisogna trovare il modo di rendere più pesanti le busta paga dei dipendenti senza che ciò ricada sulle spalle, in questo periodo abbastanza fragili, degli imprenditori. I quali anzi dovrebbero trovare stimoli a innovare, cercare nuove strade che possano attraversare con successo la crisi. C’è da rilanciare interi settori, un tempo trainanti dell’economia e ora in profonda agonia, come quello dell’edilizia e delle costruzioni. C’è da portare avanti il processo di sburocratizzazione che rende tutto così complicato. C’è, in sintesi, da infondere fiducia nel futuro in una società che la sta perdendo. E che per ora tiene, ma non si sa per quanto.
Il ministro del Welfare, Elsa Fornero, conferma: il taglio del cuneo fiscale per le imprese virtuose - che assumono giovani e donne, che stabilizzano i precari e danno nuove opportunità agli over 50 - è allo studio del governo. Si stanno facendo i conti, per capire - una volta individuati i criteri oggettivi per selezionare le aziende - quanto il tutto possa costare. In parallelo si sta valutando la possibilità di ritornare alle vecchie soglie (modificate al ribasso dal governo con un decreto attuativo di fine maggio) per la detassazione dei premi di produttività. Riportando quindi l’asticella al tetto di 40.000 euro per la retribuzione annua (cosa che includerebbe nell’accesso agli sgravi altri due milioni di lavoratori) e la cifra massima sulla quale applicare l’imposta sostitutiva del 10% (Irpef e addizionali regionali e comunali) ai 6.000 euro precedentemente in vigore (ora è stata abbassata a 2.500). La misura è chiesta a gran voce dalle imprese ma anche dai sindacati. Il risparmio di tasse per un lavoratore dipendente, infatti, è notevole. Basti un esempio: un operaio metalmeccanico di un’azienda media con una retribuzione annua lorda di 30.000 euro, di cui 5.000 vengono da premi di produttività e straordinari concordati con il contratto di secondo livello, con la vecchie soglie poteva risparmiare di tasse circa 1.500 euro l’anno. Con le nuove il risparmio si ferma a 500 euro. Mille euro di differenza, quindi, che scompaiono dalla busta paga. Una bella cifra, notevole anche in tempi non di crisi, figuriamoci ora.
Ripristinare le vecchie soglie, però, costa. Certamente non ce la si fa con gli 835 milioni di euro stanziati nel 2012 (senza contare che nel 2013 ne sono previsti solo 263). I conti sul 2011 non sono ancora chiusi, ma si parla di uno sforamento quasi doppio. In pratica altre 800 milioni di euro. La titolare del Welfare, ha già detto, che - nella necessità di un’alternativa tra misure sul cuneo fiscale e più fondi per i premi di produttività - preferirebbe le prime.
Molto dipenderà da quante risorse verranno scovate dal riordino degli incentivi alle stesse imprese, affidato dal governo all’economista Francesco Giavazzi. Inizialmente si era parlato di una cifra aggredibile di circa 10 miliardi di euro, poi ridimensionata a massimo due miliardi. Anche su questo punto le imprese attendono più dettagli al tavolo di dopodomani. Altri soldi il governo conta di reperirli dalla revisione delle 720 attuali forme di bonus fiscale alla quale sta lavorando il sottosegratario Vieri Ceriani.

Bonanni: subito partecipazione agli utili
e meno tasse sui premi di produttività

ROMA Segretario Bonanni, la Cisl è da sempre favorevole alla compartecipazione dei lavoratori ai piani delle imprese. Ieri è arrivata una prima apertura del ministro Fornero. Che sia la volta buona?
«So che il Parlamento a larghissima maggioranza ha impegnato il governo a varare un provvedimento entro fine anno che definisca un sistema partecipativo per attuare quanto previsto dall’articolo 46 della Costituzione. Spero che nei prossimi incontri con le parti sociali il governo entri nel merito, non solo con i sindacati ma anche con le imprese».
Ma lei crede che un modello di relazioni industriali alla tedesca possa aiutare l’Italia a uscire dalla crisi?
«Ovviamente non da solo. Ma non sono l’unico in Italia che riconosce alle imprese tedesche d’aver raggiunto livelli di qualità e di flessibilità anche attraverso il riconoscimento di un ruolo attivo ai loro dipendenti».
Quella della partecipazione dei lavoratori sarà l’unica richiesta che vi accingete a fare al governo Monti?
«Partiremo dal ripristino dell’incentivazione fiscale sui premi di produttività. È assurdo che l’unico, dico l’unico, strumento per sostenere la produttività sia stato definanziato».
E poi?
«Poi anche i drammatici dati dell’Istat sull’occupazione testimoniano di una crisi profonda dalla quale si può uscire solo con scelte politiche molto forti».
Che fa? Attacca i tecnici?
«Non è questo il punto».
E qual é, allora?
«Non è che sono contrario al singolo decreto sulla spending review o sulla sanità o altro che magari è meno incisivo di quanto ci si attendeva. È meglio avere un decreto che non averlo. Quello che manca è un obiettivo di lungo periodo. Vogliamo chiamarla ”Patto per l’Italia” oppure ”lungo percorso di concertazione”, sia come sia, quella che serve è una fase di stabilità politica che consenta in un quadro di collaborazione di rivoltare questo Paese come un calzino».
Rivoltare l’Italia...
«Sì, proprio così. In giro si vede un’economia che indietreggia, gli imprenditori che non investono, realtà che chiudono oppure che delocalizzano, una disoccupazione elevata ovunque ma drammatica nell’area più debole del Paese che è il Mezzogiorno, e concentrata su categorie in difficoltà come giovani e donne».
Che fare, dunque?
«Dobbiamo trovare risorse per difendere il nostro settore manifatturiero che resta il secondo in Europa, dopo quello tedesco, e poi tornare a svilupparlo».
Facile a dirsi...
«Eppure noi italiani siamo obbligati a mettere in campo una prospettiva di sviluppo industriale proprio perché non possiamo contare più come un tempo sull’export. Ce lo hanno spiegato tutti gli economisti, siamo in una fase di minore sviluppo dei cosiddetti Paesi emergenti e anche Usa, Germania e Giappone per motivi differenti non vanno bene. E poi...».
E poi?
«Il nostro mercato, caricato di tasse, è asfittico. Dobbiamo abbassarle queste tasse. Perché le imprese possono essere anche superproduttive al proprio interno ma poi non ce la fanno a smaltire la produzione e sono obbligate a rallentare. Senza considerare che la competitività delle stesse aziende è messa a rischio dalle inefficienze dell’ambiente nel quale lavorano. Basti il caso Alcoa che chiude perché non possiamo più garantire gli sconti sull’elettricità anche perché l’elettricità italiana è la più costosa d’Europa».
E allora?
«Allora torniamo al punto: non bastano i decreti, serve quella stabilità politica che sia in grado di superare quel groviglio di interessi, consorterie, corporazioni, localismi che blocca tutto. Servono scelte forti che abbattano i monopoli, accorpino i Comuni piccoli, eliminino le centinaia di municipalizzate sovietiche che offrono pessimi servizi e costano un occhio della testa. Qui si possono trovare risorse per ridurre la tassazione e poi la Ragioneria deve capire che ridare fiato al mercato nel medio periodo produrrà anche maggiori entrate».
Lei parla di tornare a puntare sull’industria. Però le fabbriche di uno dei simboli del manifatturiero italiano, la Fiat, lavorano a singhiozzo ormai da anni...
«La crisi è violenta e colpisce tutti, compresi i costruttori d’auto francesi e le fabbriche tedesche di Opel e Ford. Intanto Fiat resta in gioco, assieme a migliaia di posti di lavoro italiani. Non era scontato. In queste condizioni si salva chi resiste un minuto di più della crisi. Per questo dobbiamo varare quelle scelte che facciano finire la recessione il più presto possibile».

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