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Data: 23/01/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Pensioni, riformisti all'attacco. Braccio di ferro sull'età minima, lo «scalone» dei 60 anni

ROMA. Il giorno dopo la cena a Palazzo Chigi con i sindacati il cammino del governo sulle pensioni si conferma più che mai accidentato. Nell'Unione Prodi e l'Ulivo sembrano infatti stretti fra la sinistra radicale, schierata ad oltranza sulla trincea dei 57 anni, e la Rosa nel pugno che invoca una stretta più energica e si lamenta per quella che apparirebbe già come una «ritirata» del governo. Mentre anche Luca Cordero di Montezemolo incalza: «Il Dpef parlava di riforma delle pensioni».
A far discutere è inanzitutto la decisione se eliminare del tutto il cosiddetto «scalone», la riforma varata dal governo Berlusconi che dall'anno prossimo innalzerà a 60 anni l'età minima per andare in pensione. «Le risorse ci sono», si è detto convinto il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. Non tutti nella maggioranza sono però dello stesso parere. «Mi pare che non è l'opinione del ministro Padoa Schioppa», osserva Marina Sereni vice capogruppo dell'Ulivo a Montecitorio. Abolire semplicemente la riforma del centrodestra, senza altri correttivi, costerebbe qualcosa come 39 miliardi fra il 2008 e il 2013, sostiene Alberto Brambilla (Lega), sottosegretario con Maroni e ora al nucleo di valutazione della spesa previdenziale.
Ecco perché Ds e Margherita sembrano più orientati a correggere la riforma che non ad abolirla del tutto. «Se non va bene lo scalone della riforma Maroni, allora va sostituito con degli "scalini"», ha detto ieri Tiziano Treu (Margherita). E non a caso la sera prima, nel corso di «Domenica in», il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha detto che è suo obiettivo abbassare l'età pensionabile «scendendo sotto i 60 anni». Vale a dire: ammorbidire la riforma Maroni, ma senza tornare certo ai 57 anni attuali. Sull'argomento vanno del resto all'attacco i radicali. Emma Bonino si augura che l'incontro con i sindacati e le dichiarazioni di Damiano non significhino una «retromarcia». Daniele Capezzone parla di «ritirata poco gloriosa sulle pensioni» che sarebbero sacrificate «sull'altare dei diktat e dei veti che giorno dopo giorno vengono fuori dalla sinistra comunista e sindacalconservatrice».
Sulla questione interviene anche Luca Cordero di Montezemolo, anticipando la posizione di Confindustria in vista dell'incontro di domani fra governo e Confindustria. «Credo che non ci siano dubbi», sostiene. «Basta leggere il Dpef, che noi abbiamo definito un documento importante per la riduzione della spesa e quindi il recupero delle risorse. Parlava di sanità, di previdenza e di trasferimenti Stato-Regione. E il governo metteva le pensioni fra i punti di intervento».
Rispetto le istituzioni, aggiunge il presidente di Confindustria, «ma non c'è dubbio che il nostro Paese sta andando verso un innalzamento dell'età. Il Paese sta diventando vecchio. E più invecchia la popolazione e più diventano rilevanti le spese per sanità e pensionamenti, se i nodi non vengono affrontati».
Per Alfonso Pecoraro Scanio lo «scalone» di Maroni va però semplicemente abolito, mentre l'età pensionabile si può allungare, ma solo attraverso l'introduzione di incentivi. E nella sinistra radicale c'è chi, come Alberto Burgio (Rifondazione) attacca il ministro Damiano: «Fa come se lo scalone Maroni fosse già applicato e quindi presenta l'innalzamento a 58 anni come un abbassamento. Davvero geniale! In occasione della Finanziaria si è parlato di difetto di comunicazione. Non vorrei che ora il governo passasse dalla confusione all'inganno».

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