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Data: 26/04/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Festa della liberazione a Milano. Letizia Moratti contestata abbandona il corteo.

MILANO - Lo si capiva dall'inizio che sarebbe stato un 25 aprile difficile. Da quando in testa al corteo invece dei gonfaloni è arrivato un gruppetto sparso di «Pensionati». Simbolo di un 25 aprile dove è successo di tutto. Le bandiere israeliane calpestate e bruciate da un gruppetto di autonomi. I fischi e le contestazioni alla Brigata ebraica. Gli slogan inneggianti ai partigiani iracheni. Gli insulti al ministro Letizia Moratti che accompagnava in corteo il padre Paolo, deportato a Dachau e medaglia d'argento della Resistenza. Ma anche l'abbraccio della folla intorno a Romano Prodi, la mano aperta dei centomila che mostravano cinque dita come i cinque anni di governo che attende l'Unione, la difesa della Costituzione, gli applausi a Dario Fo, l'enorme bandiera della pace che ricopriva 50 metri di corso Venezia. Pochi minuti alla partenza del corteo per il 61° anniversario della Liberazione. Dietro, in una terra di nessuno, ci sono una cinquantina di ragazzi. Fanno parte del Coordinamento di lotta per la Palestina. Immigrati e quelli della Panetteria occupata, uno dei centri sociali più agguerriti di Milano. Uno di loro cammina con un fiocco attaccato al piede. È una bandiera israeliana. Si ferma. Ci cammina sopra. Arrivano altri colleghi. Il rituale si ripete. Fino a quando qualcuno tira fuori un accendino e gli dà fuoco. Una non basta. Ne arriva un'altra: bruciata anche questa. Gli slogan sono all'altezza: «Vietnam, Iraq, oggi come ieri americani a casa dentro i sacchi neri». «Bush, Sharon assassini». «Un sasso qui uno là l'intifada vincerà».
Altra inquadratura. A metà corteo sfila anche la Brigata ebraica. Ha combattuto in Italia contro i nazifascisti. Oggi ci sono anziani, donne e bambini. Quando arrivano a piazza San Babila, la sorpresa. Un gruppo di autonomi presidia la piazza. Chiede la liberazione dei «compagni», i 25 che sono ancora a San Vittore, accusati di aver partecipato alle devastazioni di corso Buenos Aires l'11 marzo. È una strettoia. Quando gli autonomi arrivano a contatto con la Brigata ebraica partono gli insulti. «Intifada, Palestina libera, Palestina rossa, stato di Israele, stato terrorista». La polizia fa passare la Brigata trattenendo dietro un cordone gli autonomi che urlano «sionisti, assassini». Il resto del corteo cerca di difenderli. Intanto a piazza del Duomo, dietro le loro insegne, sfilano i sopravvissuti di Dachau, Auschwitz e degli altri campi di sterminio nazisti.
Lo sdegno della comunità ebraica è grande. «Un fatto gravissimo. Ed è chiaro che la nostra Resistenza non è quella di questi facinorosi che dietro parole apparentemente anti-israeliane nascondono rigurgiti antiebraici» attacca Claudio Morpurgo, presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane. Chiede ai politici italiani di intervenire, di condannare i due episodi. Chiede a Romano Prodi che la nuova legislatura si apra con due certezze: «Da una parte, il sostegno al diritto all'esistenza e alla sicurezza di Israele, oggi minacciato dall'Iran, dall'altra l'isolamento di tutte quelle forze che anche subdolamente contestano questo diritto ricorrendo all'antisionismo».
Le condanne arrivano. La più dura è quella di Daniele Capezzone, radicale della Rosa nel pugno: «Spero che nessuno minimizzi. Ogni mese a Milano o a Roma ci sono episodi del genere. Bisogna chiamare le cose con il loro nome: c'è un rigurgito non solo anti-israeliano ma antisemita. Ed è bene che questo sia denunciato come tale». «Compiere questo gesto vuol dire porsi fuori dall'antifascismo» sintetizza Marilena Adamo, capolista dell'Ulivo alle prossime elezioni comunali di Milano. «Un episodio riprovevole di un gruppo senza alcun seguito» chiude il diessino Umberto Ranieri. Basterà?

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