Il direttore Cna: una voragine per la spesa pubblica, mentre le imprese chiudono
Sono 10 le aziende abruzzesi che partecipano alla XIX Fiera internazionale dell'abbigliamento, intimo ed accessori a Mosca. Il Centro estero delle Camere di commercio d'Abruzzo e la Regione hanno coordinato la loro presenza . L’elenco: Maglificio Ciesseffe , Royal Belts, Maglificio Pierdani, Eurodistribution , Dfp International ,Amedeo Ferrante, Maglificio Gran Sasso, Fegi Manifatture , Balmucci Fashion.
PESCARA Era il 1973 quando l'allora governo Rumor varò un provvedimento che consentiva alle dipendenti pubbliche con figli di andare in pensione dopo solo 14 anni, sei mesi e un giorno di lavoro, mentre gli statali potevano già lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni. Oggi le cosiddette "baby-pensioni" costano all'Abruzzo ben 150 milioni di euro all'anno. Sono 8.525, a livello regionale, coloro che sono andati in pensione a meno di 50 anni, pari all'1,6 per cento delle oltre 531mila presenti in Italia. Di queste baby pensioni, quasi 7.500 sono pagate dall'Inpdap e circa 1.100 dall'Inps. A diffondere i dati è la Confartigianato Abruzzo, sulla base di un'elaborazione dell'Ufficio studi della Confederazione nazionale dell'Artigianato. La maggior parte dei baby pensionati - l'assegno medio è di circa 800-900 euro - ha lasciato il lavoro a un'età compresa tra i 45 e i 49 anni e, in base alle stime, percepirà la pensione per oltre 37 anni, passando il 44 per cento della vita in pensione. Non mancano, però, coloro che hanno lasciato il servizio a meno di 35 anni e che trascorreranno il 63,4% della vita senza lavorare. Il provvedimento del governo che istituì le baby pensioni (D.p.r. 1092) risale al 29 dicembre del 1973. Il presidente del Consiglio all'epoca era Mariano Rumor ed erano gli anni in cui ancora si pensava che la crescita dell'Italia potesse non avere mai fine. Nel diffondere i dati, il direttore di Confartigianato Abruzzo, Daniele Giangiulli, definisce i 150 milioni all'anno dell'Abruzzo e i 9,5 miliardi dell'Italia come una "voragine". Per far comprendere l'entità delle cifre in questione, Giangiulli tira in ballo il decreto sulla spending review. «Il riordino delle Province», prende spunto il direttore Cna, «porterebbe ad un risparmio di 15 miliardi di euro. Il problema grave», sottolinea , « è che in Italia la spesa pubblica, nel periodo 2000-2012, è aumentata di 250 miliardi di euro, mentre, ad esempio, in paesi come la Germania è scesa di 18 miliardi. E poi ci chiediamo perché nel nostro Paese la situazione sia così drammatica». Giangiulli coglie anche l'occasione per tornare a parlare dei problemi che le imprese incontrano quotidianamente. «I margini per tagliare e risparmiare a costo zero, senza gravare sempre sulle imprese, ci sono. In questi giorni, dagli associati, ne ho sentite di tutti i colori, tra scadenze fiscali e Imu. C'è bisogno di crescita e di sviluppo», conclude il direttore di Confartigianato tornando a battere su un tasto molto delicato e importante per l’economia regionale, «mentre si continua a parlare solo di rigore. Non c'è alcun segnale di incoraggiamento per le imprese».