La Bundesbank ha votato contro il piano di Mario Draghi. E lo ha detto a chiare lettere in una nota ufficiale. I falchi del parlamento tedesco hanno sfoderato gli artigli e mostrato, ancora una volta, il volto feroce di un Paese che immagina l’Europa come un condominio dove tutti si alzano alle sette, rientrano a casa alle 8, ascoltano Wagner, studiano Hegel, guidano Volkswagen e bevono birra lager. I tempi di «Jawohl, Herr Kommandant!» sono finiti da un pezzo e con buona pace del presidente della "Buba", il giovane biondo dagli occhi cerulei, Jens Weidmann, esiste ancora una cosa chiamata democrazia. La Germania dentro la Bce conta un voto. Angela Merkel appoggia il piano «no limits» di Draghi, ma in realtà è in corso un gioco delle parti in cui la cancelliera fa il poliziotto buono e il capo della Bundesbank il piedipiatti cattivo. Quel che si agita dalle parti di Berlino traspare dai titoli della Bild: «La Merkel accetta l’acquisto di titoli di Stato». Un monito per la campagna elettorale. La partita a scacchi tra Berlino e il resto d’Europa s’è trasformata in un duello a colpi di spada. L’arroganza mostrata dai politici tedeschi contro «l’italiano» (quasi fosse un’offesa) Draghi e le parole usate dopo il varo del piano di acquisto dei titoli di Stato sono un brutto segnale che gli spiriti più sensibili della Germania dovrebbero registrare con inquietudine. È in corso una guerra dove l’arma della finanza è letale quanto i cannoni. In Europa ci sono 18 milioni di disoccupati - record dal lancio dell’Euro - la recessione avanza, la ripresa è una chimera, Spagna e Italia hanno tassi di disoccupazione giovanile e femminile da brividi. Ma la Bundesbank non vuol vedere i numeri dell’economia reale. A Weidmann evidentemente non dice nulla il fatto che la Bosch (120 mila dipendenti in Germania) abbia ridotto l’orario ai suoi operai perché stanno crollando gli ordini dal Sud Europa. Dove c’è fame, non si vendono Bmw. Draghi ha fatto la mossa giusta. E Monti ha giocato bene la partita. Ma c’è poco da festeggiare, perché due tecnocrati hanno riempito il vuoto lasciato dalla politica. Sono la metafora, in Europa e in Italia, della crisi della democrazia.