I tecnici della manutenzione pronti a rinunciare alla cassa integrazione lunga «Basta a questo spreco, le condizioni per riprendere ci sono. Politica assente»
PESCARA Quei soldi non li vogliono più. E non vogliono neanche più sentirsi dire che loro sono dei cassintegrati privilegiati. «Siamo lavoratori, abbiamo professionalità e dignità», ripetono. “Loro” sono i lavoratori dell’AirOne Technic, l’ex azienda di manutenzione aerea di base all’aeroporto d’Abruzzo, che da un anno e mezzo circa prendono i soldi per non lavorare. Ma basta. Sono disposti a rinunciare a tutto pur di tornare a fare la manutenzione agli aerei in un mercato che pare regga ancora. La situazione degli ex 80 dipendenti AirOne Technic (l’ex compagnia aerea fondata da Toto) è particolare perché quella che ricevono non è una cassa integrazione “normale”. È l’ indennità lunga concessa dal governo Berlusconi agli ex Alitalia e che assicura 4 anni di stipendi e altri due all’80 per cento. Una “pacchia” secondo coloro , e sono tanti, che metterebbero subito la firma su un provvedimento del genere. Non per loro, figli di un’azienda-gioiello della professionalità abruzzese alla cui crescita ha contribuito in maniera cospicua anche la Regione Abruzzo pagando negli anni i corsi di formazione. «Arrivavano in Abruzzo aerei da tutta Italia per svolgere la manutenzione e questo significava anche per l’aeroporto entrate economiche suppletive grazie ai diritti per l’assistenza a terra», ricordano gli ex tecnici. Da un anno e mezzo sono fermi, prendono i soldi ma non fanno nulla. Hanno assistito alla cannibalizzazione delle apparecchiature nel capannone Alitalia, sono stati ad ascoltare le promesse, hanno seguito le trattative senza in realtà raccogliere nulla di ciò che si auguravano: tornare al lavoro. «Lo sappiamo, molti lavoratori vorrebbero poter godere del nostro trattamento, considerato che la cassa che percepiamo non è quella spettante alla maggior parte dei metalmeccanici, bei soldini, paragonati ad uno stipendio di un operaio metalmeccanico. Nonostante questo trattamento da guanti bianchi però siamo disposti a cedere tutto pur di tornare al lavoro», dicono Fausto Del Nobile e Romano Federico della Rsu Cgil-Fiom. Gli ex AirOne Technic accusano il governatore Gianni Chiodi di averli scaricati. Di non aver appoggiato in particolare la cordata di imprenditori abruzzesi, capeggiata dal presidente di Confindustria Chieti Paolo Primavera , disposta a rilevare l'azienda. «La Regione», spiegano, «dovrebbe spingere per interrompere il rapporto con Alitalia che ha ancora il capannone all’aeroporto in affitto con la Saga , la società di gestione. Invece a fine 2011 la Saga ha rinnovato il contratto d'affitto all'Alitalia e di fatto la nostra situazione viene lasciata indietro. Credono di averla risolta dandoci i soldi, ci tengono buoni pagandoci per non lavorare, ma noi rivogliamo la nostra professionalità». Gli ex AirOne ricordano inoltre che Alitalia, a detta dei vertici Saga, è morosa nei loro confronti da più di un anno e soprattutto che gli hangar sono stati lasciati all'abbandono. Eppure per loro la soluzione continua ad essere a un passo: «Ma non c’è la volontà politica per attuarla». Si era parlato , ad esempio, delle commesse che Alitalia avrebbe potuto lasciare nel Polo pescarese , un “minimo” per poter ripartire. Ma la compagnia di bandiera ha preferito lasciarle a Napoli anche a costo di andare contro i suoi stessi interessi economici. «Una situazione chiara, farcita di interessi, nella quale la Regione non ha saputo farsi ascoltare», rimarcano le Rsu che avevano chiesto aiuto anche a deputati e senatori abruzzesi. Le risposte? «Silenzio». «E’ a questa situazione che non ci stiamo, per questo diciamo anche “benvenuta spending review”», affermano. «Magari qualcuno guardasse quanti soldi ci dà il governo per restare a casa, siamo i primi a denunciare questo spreco circondato da un incredibile silenzio assenso. Consapevoli che il lavoro , il nostro lavoro, se la politica vuole, può riprendere».
«Cercano di riformulare la loro identità»
Ombretta Sorgi è consulente, psicologa del lavoro e delle organizzazioni. Dottoressa, come si arriva a una situazione-limite come quella degli ex lavoratori AirOne Technic? «Un lavoratore è occupato in media 8 ore . Questo corrisponde ad un terzo della sua giornata. Sottraendo anche il tempo dedicato al riposo e ai pasti, il “tempo-lavorativo” ha sicuramente un peso molto grande in termini di “qualità della vita”, spesso maggiore anche rispetto a quanto dedicato alla famiglia e al tempo libero. A lungo andare il lavoratore si coinvolge sempre più con l'azienda in cui lavora, in termini tecnici tale fenomeno viene studiato in psicologia del lavoro come “job commitment” e “job involment”. Non essere più impegnati in “quel tipo di lavoro”, quindi è un po' come “non essere più”.Trovarsi in condizione di assenza di impegno lavorativo, come nella situazione di cassa-integrazione prolungata, può comportare per il lavoratore sicuramente una revisione e un ripensamento rispetto a parti del proprio vissuto. Vedere mutata la propria condizione lavorativa è un po' come affrontare un “lutto”. L'energia psichica investita sul lavoro, che occupa una parte importante della giornata media, deve essere reinvestita in qualcosa per rielaborare tale lutto». Questa condizione è positiva o negativa per il lavoratore? «In un primo momento si può trovare soddisfazione nell'essere retribuiti senza lavorare e avere più tempo da dedicare ad altro. A lungo andare insorge comunque la necessità psichica di reinvestire tale energia di nuovo nell'attività lavorativa e riformulare un pezzetto della propria identità. Non è trascurabile neanche la motivazione economica che sicuramente spinge a trovare un'altra occupazione».