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Pescara, 28/03/2026
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Data: 09/09/2012
Testata giornalistica: Il Centro
«Il lavoro è un’emergenza democratica» Intervista a Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio. «Sbagliata la scelta dei tagli»

Il governo ha commesso molti errori pensando solo ai conti in una fase di contrazione del Pil. Nessuno ha più mezzi sufficienti per dare una spinta ai consumi

ROMA Rabbia, esasperazione, assenza di prospettive. Con qualche ministro che, di fronte a vertenze come l’Alcoa allarga le braccia e dice: non c’è più niente da fare. «Il sindacato ha reagito, lottato ma dopo quattro anni di crisi tremenda, in primo luogo occupazionale, servono risultati», commenta Fulvio Fammoni, sino a pochi mesi fa membro della segreteria nazionale della Cgil e ora presidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Rigira tra le mani il rapporto sull’occupazione appena sfornato dall’Ires, l’ufficio studi della confederazione, che disegna un’Italia in ginocchio con 4 milioni e mezzo di cittadini dentro l’area della «sofferenza occupazionale». Che cosa significa? «Che ai due milioni e settecentomila disoccupati censiti dall’Istat bisogna aggiungere un milione e settecentomila cittadini definiti scoraggiati e i cassa integrati. Questi dati sono il frutto di scelte antiche e recenti». Quali scelte sbagliate? «E’ evidente che il meccanismo scelto per ridurre il deficit ha presentato il conto al lavoro e ai lavoratori». Monti dice che ha salvato l’Italia dal baratro. «Per far tornar i conti ha però operato una politica di tagli al bilancio che si sono scaricati sull’economia reale. Le scelte del governo hanno avuto un effetto depressivo sull’economia e si sono scaricate sui lavoratori. I dati dell’occupazione sono inoppugnabili». L’Italia va peggio degli altri? «Peggio rispetto al tasso di disoccupazione europeo. Inoltre un terzo dei nuovi disoccupati nell’Ue sono italiani. Il governo non sembra reagire a quest’emergenza, l’Italia scende sempre più in basso». Le riforme fatte non funzionano? «Far pagare tutto al lavoro e scaricare la crisi sui lavoratori non solo ha effetto depressivo ma si ripercuote sui consumi e la produzione. Che cosa fa quell’area enorme di disoccupati, inoccupati, scoraggiati e cassa integrati? Che cosa può consumare? Noi siamo un Paese manifatturiero che utilizza il 70% del suo prodotto nel mercato interno. Chi compra in queste condizioni di perdita di lavoro?». Eppure la riforma Fornero intendeva togliere lacci, liberare il lavoro... «E invece la disoccupazione giovanile non è mai stata così devastante. Fornero e il governo avevano promesso che con la riforma sarebbe cambiato il sistema di vita degli italiani. Non so se gli italiani siano contenti di come stiamo vivendo». Che cosa fanno invece le imprese? «Di fronte alla crisi operano comprimendo i costi del lavoro: un lavoro meno pagato, pensano sia meglio. Sono miopi, perché in Italia abbiamo un enorme addensamento di qualifiche medio basse che, quando la crisi sarà attenuata, faranno fatica a ricollocarsi. E con la crisi c’è stata un compressione dei diritti, una maggiore ricattabilità». Monti dice che le tasse non può abbassarle sino al pareggio di bilancio. «Un grave errore. Oggi intervenire sul fisco non solo è una questione di giustizia ma anche un elemento produttivo di crescita. Il pareggio di bilancio col Pil in calo o stagnante non potrà essere conseguito». Il governo promette crescita... «Parole, piani fumosi e dilatati nel tempo. C’è bisogno di lavoro, subito. E’ un’emergenza anche democratica».

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