Paolucci: la questione delle città capoluogo è fuorviante
Il sistema Abruzzo è da quindici anni che perde posizioni, in termini di ricchezza prodotta, a causa della diminuzione degli investimenti e della perdita di produttività del lavoro. Sbaglia enormemente chi pensa di poter uscire da questa situazione difendendo gli attuali assetti istituzionali. O chi ritiene che un territorio possa risollevarsi mantenendo il presidio di qualche ufficio pubblico. Si cresce, al contrario, con la capacità di fare sistema, di elevare la qualità del capitale umano, e quindi dei livelli di istruzione e formazione, di internazionalizzare le imprese, di migliorare l’efficienza delle infrastrutture e dei servizi pubblici locali.
L’attuale stato di frammentazione della governance regionale non ci aiuta. Ciò che sta accadendo nel mondo del credito regionale deve metterci in allarme. La frammentazione, il ritardo nell’aggregare gli istituti abruzzesi e gli errori di management hanno fatto sì che essi, secondo il gioco della concorrenza, venissero inglobati da istituti che hanno la testa pensante altrove. Lo stesso potrebbe accadere nel mondo dei servizi pubblici locali o nel caso delle nostre università, destinate a non essere competitive divise.
Ecco perché la riorganizzazione delle Province non deve limitarsi a guardare alle competenze sempre più limitate degli enti provinciali. Attorno al riordino delle Province bisogna ripensare ambiti ottimali per l’affidamento dei servizi, fare scelte infrastrutturali, integrare le vocazioni produttive, riorganizzare l’offerta universitaria e il mondo della formazione e della ricerca, ripensare i servizi socio-sanitari. La sfida è quella di integrare i territori, esaltando la «specializzazione» di ciascuno.
La questione dei capoluoghi, che domina il dibattito, è fuorviante. Il vero problema dei nostri poli urbani è quello di non aver trovato un proprio modello di specializzazione, e quindi di non riuscire più ad essere da tempo fonte di sviluppo né per se stessi né per il resto della regione. Con questo spirito e per queste ragioni, il Pd Abruzzo si orienta verso la soluzione di due macroambiti provinciali, una Provincia che unisca Pescara e Chieti ed una che unisca L’Aquila e Teramo.
Non avrebbe senso porre ulteriori ostacoli a ciò che è già una realtà, l’area «urbana» di Chieti-Pescara, per la quale l’unificazione delle due Province è un’opportunità straordinaria per realizzare la governance di area. L’area metropolitana può diventare il ponte del nostro sviluppo regionale verso i Balcani, snodo tra il Tirreno e la Macroregione Adriatica, attraverso l’aeroporto ed il porto di Ortona.
Ragionamento analogo per L’Aquila e Teramo, che unite da un’asse autostradale importante e congiunte a Roma con tempi di percorrenza brevi, possono integrarsi tra loro, valorizzando le proprie vocazioni. La provincia aquilana, che pure vive una fase difficile, con la sua vocazione di polo della ricerca scientifica, dell’alta tecnologia, della formazione, dei parchi; la provincia teramana proiettata verso la realtà dinamica del medio Adriatico, provincia dei distretti industriali, del turismo costiero ecc.
Alcuni vantaggi della proposta: non si riprodurrebbe il classico dualismo tra costa e interno, rischio che va evitato; e nel contempo l’accordo tra Chieti/Pescara e Teramo/L’Aquila per la suddivisione delle funzioni e dei servizi, superate anacronistiche diffidenze, è relativamente semplice da realizzare. Inoltre si comincerebbe a ragionare del futuro dell’Abruzzo, in una prospettiva unitaria, ragionamento che andrebbe completato con l’avvio di una politica di integrazione macroregionale con le vicine Marche e Molise.
Naturalmente, c’è anche l’opzione di proporre tre Province: L’Aquila, Chieti, Pescara/Teramo. E’ la soluzione più semplice, che riduce le resistenze, su cui pare stia convergendo il Pdl. Tuttavia il Pd regionale sente la necessità di avanzare una proposta che non sia di corto respiro e metta tutti i soggetti istituzionali di fronte alle responsabilità di una non-scelta.
(*) Segretario regionale del Pd